sabato 28 novembre 2009

Come sono buoni i bianchi ( e come sono brave le rockstar)


L’altro giorno, siccome a forza di vedere Bruno Vespa in televisione mi era venuta una fame nervosa che non vi dico, e considerato che a casa non c’era niente da mangiare, sono sceso giù per comprare qualcosa. Solo che per strada, appena ho visto il primo negozio di dischi, mi ci sono infilato senza neanche pensarci. Prima il vizio poi i bisogni, mi sono detto.
Mi ero quindi messo a rovistare tra gli scaffali, quando ho beccato un lp con in copertina un bambino nero denutrito che guardava con due occhi da vergognarsi. Era il Concert for Bangladesh del 1973, la Grande Madre di tutti i concerti umanitari.
Ora, dovete sapere che questa storia dei concerti di beneficenza, e di come siano brave le rockstar, e di come l’industria sia sensibile ai problemi della povera gente mi ha subito colpito. Così ho chiesto al commesso se c’era qualche altra cosa del genere, che volevo dargli un’occhiata. Il tipo deve aver capito subito con chi aveva a che fare: gli sono brillati gli occhi, si è infilato diritto nel lercio retrobottega e dopo qualche minuto n’è uscito con un pacco di vinili che puzzavano di muffa.
- Questi come le sembrano? – mi ha chiesto con un sorriso che sembrava la volpe di Pinocchio, scansando le ragnatele e le cacche dei topi sulle copertine.


C’era tutto: Live Aid, Live8, Live Earth, USA for Africa, Pavarotti & Friends e anche il concerto per il terremoto in Abruzzo. Non ci ho visto più: in preda alla commozione ho acquistato l’intero scatolone di dischi e sono andato diritto a casa per ascoltarmeli in segno di solidarietà, orgoglioso di me e della mia bontà. Ho pensato anche a come siamo buoni noi bianchi, con i nostri concerti rock di beneficenza; tutti uniti contro la povertà, gli uragani, l’aids. Tutti: Laura Pausini compresa.
Quando però sono arrivato a casa senza niente da mangiare, la fame mi è subito ritornata. L’unica cosa commestibile era una specie di 4 Salti in Padella ormai mummificata che risaliva al neolitico superiore: con un po’ di coraggio si poteva tirarla fuori dal freezer, scongelarla, mangiarsela e sperare di sopravvivere. Una storia tipo roulette russa, per capirci, che se uno volesse cedere all’insano vizio della scrittura, potrebbe iniziare così:


Presi la Cosa, la infornai e, appena il termostato toccò i 180°, l’oggetto iniziò a muoversi lentamente, mormorando come se volesse dire qualcosa. Stava cambiando colore e sembrava che trasudasse mozzarella alla diossina quando, dopo aver acceso il grill per una migliore tostatura, il Mostro iniziò lentamente a parlare …


- Basta con queste scemenze - ha detto la gatta interrompendo bruscamente questo mio slancio letterario- pensa invece a preparare quell’articolo su cibo e musica, che se no a quelli dell’Arcobaleno non ce li leviamo di torno. Oggi ho già ricevute quattro telefonate anonime in pugliese.
- Erano allucinazioni letterarie dovute alla fame. Un fatto romantico: cose che tu non puoi capire – ho detto alla micia, assumendo la posa da scrittore tormentato.
Comunque, era vero: dovevo buttare giù qualcosa su musica e cibo ma, onestamente, a parte le verdure marce che gli spettatori inferociti buttano solitamente sul palco, c’era veramente poco da scrivere.
- Qualcosa sulla musica come nutrimento dell’anima, non potrebbe andare bene? Tanto quelli del giornale si bevono tutto – ha detto la gatta.
- Questa storia l’avrò letta minimo duecento volte, e in tutte le salse. Caso mai l’avessi dimenticato, ti ricordo che io sono un autore di un certo livello.
- Lasciamo perdere - ha fatto lei - mi sa che oggi non è giornata. Sto telefonando per ordinare due pizze. Tu come la vuoi?


La situazione è precipitata quando, nell’attesa che arrivassero le pizze, ho messo sullo stereo il primo dei dischi acquistati. Prima una graziosa nuvoletta azzurrina a forma d’aureola, poi un rumore che sembrava che stessero ammazzando un maiale da 800 chili, e alla fine le casse sono esplose, spargendo un terribile tanfo d’uova marce.
- Ma che è? Cos’era?– ha detto la gatta, gonfiando la coda tipo mongolfiera.
- Come, – ho risposto con una voce commossa - era il Live8 del 2005, quello contro la povertà!
La gatta mi ha guardato con compassione, io non ho capito il perché. Stavo per chiedere una spiegazione, quando suonano al citofono:
- Pizza! - fa una voce con uno strano accento.
- Grazie, sesto piano. L’ascensore è rotto -. Dall’altra parte della cornetta mi è parso di sentire una bestemmia. Forse, in africano.

Dopo aver scalato i sei piani il ragazzo della pizzeria, un eritreo che conoscevo di vista, si è accasciato sul tappetino dell’ingresso e mi ha smollato le pizze chiedendomi, allo stesso tempo, un bicchiere d’acqua e una sedia per riposarsi.
- Solo un minuto – ha detto, madido di sudore- sei piani, un minuto di poltrona, prego.
Sono andato a prendergli un bicchiere d’acqua e, al ritorno, il tipo si era messo comodo sulla poltrona e stava guardando con interesse la copertina del disco del Live8.
- Io mi ricordo del Live8, nel 2005. Eravamo appena sbarcati a Lampedusa dopo tre giorni di mare. In duecentocinquanta su una barca lunga dieci metri e larga cinque- ha detto l’ eritreo sorridendomi - Guarda, ti faccio leggere una cosa.

Il ragazzo ha preso il portafoglio e ha tirato fuori un ritaglio di giornale.
- Quelli della Croce Rossa ci avevano involtato il pesce, al centro di prima accoglienza. L’ho trovato là. Tieni - ha detto il ragazzo prima di andarsene. La gatta si è avvicinata curiosa, mi ha preso il ritaglio dalle mani e ha iniziato a leggere:

Sabato 2 luglio 2005: in concomitanza con il G8 il pianeta assiste al Live8, “il più grande concerto del mondo”. Miliardi di spettatori, quasi 150 rockstars coinvolte, nove concerti in contemporanea sparsi per il pianeta. Pink Floyd, Deep Purple, Roxy Music, Paul Mac Cartney, Brian Wilson...

- Certo, di terra ne hanno dovuta scavare, metri e metri di putridi cimiteri, per disseppellire un cast del genere- ha commentato acida la micia. Poi ha continuato:

Consegnare la povertà alla storia: “Make poverty history” è lo slogan del megaconcerto umanitario. Sensibili alle richieste degli organizzatori, in apertura di G8 i portavoce governativi hanno dichiarato che da parte degli otto grandi c’è l’ intenzione di ridurre il debito multilaterale di alcuni (soltanto diciotto) paesi poveri del cento per cento, per un totale di 50 mld. di dollari.
- Bravi – ha fatto la micia. - Solo che hanno dimenticato di dire che il debito totale dei paesi poveri è superiore ai 1000 miliardi di dollari, 300 solo quelli dell’Africa. Tanto per dire, l’anno prima di questa buffonata, nel 2004, l’America aveva allegramente sborsato 455 miliardi di dollari per armamenti e guerre. Altro che lotta alla fame nel mondo.

- E tu come fai a sapere queste cose? – ho chiesto alla gatta.
- La conoscenza è forza, l’ignoranza è schiavitù – ha detto lei, per tutta risposta. – Hai presente Socrate?
- Socrate chi? Il gruppo rock greco?
- Quelli si chiamavano Socrates Drank The Conium e suonavano progressive blues negli anni settanta. Invece di perdere tempo con Bruno Vespa, che ti fa anche venire la fame nervosa, prova a leggere qualche libro: nutre e non fa ingrassare.
- Ora che c’entra Bruno Vespa, il più grande giornalista italiano vivente?
- Poi te lo spiego. Un’altra cosa: debito multilaterale, per l’Africa, significa solo il 30 per cento del totale, ed è quello dovuto agli organismi finanziari internazionali: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Fondo di Sviluppo per l’Africa. L’altro, il restante settanta per cento, si chiama debito unilaterale: riguarda direttamente gli Stati e quello non si tocca neanche a bastonate, neppure se dovesse resuscitare Elvis Presley in persona, sciarpe e lustrini compresi – ha continuato la gatta.
- E ora che c’entra anche la buonanima di Elvis?
- Lascia stare. Tu lo sai che per ogni dollaro che i paesi occidentali danno in aiuto a quelli poveri, nove devono essere restituiti per pagare i debiti? Calci in culo ci vorrebbero, altro che canzoncine cantate da rockstars – ha concluso la mia gatta, che è una micia che parla sempre con proprietà di linguaggio.

Ora, sarà stato per la fame, sarà perché la pizza era ormai fredda ma, all’improvviso, chissà perché, mi è venuta in mente una canzone. Quella di John Lennon dove c’è quel verso che fa: “E’ facile vivere con gli occhi chiusi, senza capire nulla di ciò che vedi...”. Avete presente?

(pubblicato su "l'Arcobaleno" n.3 anno III - nov. dicembre 2009. Numero monografico sul cibo)

mercoledì 25 novembre 2009

Karlheinz, l'uomo che cadde sulla terra


Nella stella da dove veniva Karlheinz Stockhausen, i giornali non sono mai in ritardo. Ad esempio, quando sulla Terra muore qualche personaggio importante, i quotidiani pubblicano una cosa che si chiama necrologio. Su Sirio è invece tutta un’altra storia: là i giornali fanno a gara per pubblicare, il giorno stesso della nascita di qualcuno di questi personaggi, l’articolo di benvenuto al mondo. Nelle redazioni Siriane i giornalisti, gente con pelo verde sullo stomaco e tante squame sulla faccia, chiamano queste composizioni genologi. Galassia che vai usanza che trovi, come dicono i tamarri di Alpha Centauri.

La vita degli abitanti di Sirio è caratterizzata dalla loro smodata passione per la matematica, che li ha portati ad avere un particolare rapporto col tempo, lo spazio e, di conseguenza, con la musica. Su Sirio il rock è da tempo tramontato e i giovani alieni adorano la musica tibetana; la detenzione, lo spaccio e il consumo di sostanze televisive è ormai un triste ricordo del passato, rasentando percentuali vicine allo zero siderale; i libri, poi, si possono trovare solo presso gli spacciatori extra-mondo. Altissimo, di conseguenza, il numero di giovani bibliodipendenti.
Grazie anche al fatto che i giornali pubblicano la notizia prima che il fatto accada, sull’intera stella sono state abolite da tempo elezioni, parlamenti e governi, preferendo i liberi cittadini dello spazio prevenire, piuttosto che patire. Tutte queste meraviglie sono frutti della loro scienza dei numeri straordinariamente progredita, di contrazioni spazio-temporali del tutto inusuali, dei loro tramonti così fosforescenti. Altri mondi, altri quartieri, altre solitudini; la necessità di crearsi scorciatoie, cantava un Poeta sulla Terra.

Di tutte queste coincidenze, gli abitanti di Sirio ne sanno approfittare con rivoltosa eleganza e ardimentosa gioia. Da quelle parti i musicisti sono, tra tutti, quelli che se la spassano di più, avendo maggiori possibilità rispetto ai loro colleghi dell’ extra-mondo. Da un lato la passione tipica della civiltà di Sirio per la matematica, la linguistica computazionale, i fenomeni statistici in astratto e i viaggi interplanetari; dall’altro l’attenzione per i risultati e non per il modo con il quale si ottengono. Tanto per dirne una, quasi tutti gli appassionati di musica su Sirio considerano il suono stesso come composizione finita: Stockhausen era tra questi.

Per motivi del tutto sconosciuti, il piccolo Karlheinz cade sulla terra nella prima metà del XX secolo e negli anni ’50 è già l’ enfant prodige della musica elettronica. Studio I, quello che viene considerato il primo pezzo di musica elettronica mai scritto, è una sua composizione del 1953: sei intervalli naturali descritti da rapporti di numeri interi, suoni isolati, sequenze formate partendo da onde sinusoidali. Ad un matematico potrebbero venire in mente le analisi di Fourier e Helmholtz dei suoni come combinazioni di note pure. Non contento, pochi anni dopo il nostro tira fuori una cosina come Canto della gioventù: è il 1956, un periodo in cui bastava solo un piccolo passo in più per avere l’idea di comporre un singolo suono. Quel passo, grazie ai razzi propulsori che si era portato appresso dalla sua galassia, Stockausen lo farà prima di tutti gli altri.

Riportano le guide didattiche galattiche che i metodi di studio, su Sirio, sono particolarmente rigorosi: per diplomarsi in composizione si debbono studiare approfonditamene le differenze tra i suoni; per esempio tra un suono di pianoforte, quello del vento e della vocale A. Karlheinz, anche sul nuovo pianeta, non aveva smesso di studiare sui programmi scolastici della sua stella d’origine: quale fosse l’effetto acustico più semplice che si potesse ottenere, rumore bianco, rumori colorati, variazioni della velocità del suono. Tutti i suoi lavori partiranno da questi studi.

Sulla Terra, le nuove generazioni della seconda metà del XX secolo lo conobbero grazie all’epocale copertina di un dischettino niente male: Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Sul pianeta sono gli anni sessanta, quando Stockausen è ritratto nel disco in questione. A fargli compagnia, altri alieni come Aleister Crowley, Albert Einstein, Buster Keaton. Niente male, per un musicista girovago dello spazio che chiamava i suoi brani con titoli come Musica aleatoria, Musica statistica, Musica variabile, Musica spaziale; o che scriveva composizioni basandosi sulla successione di Fibonacci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, …. Su Sirio ci sballano, per la matematica.

In quanto proveniente da un’altra galassia, Stockhausen aveva preferenze del tutto particolari: tra i pittori terrestri preferiva Paul Klee, un suonatore ambulante imbrattatele; e tra gli scrittori tale Novalis, sedicente poeta ammalato di romanticherie. Tra gli organi di senso umani, pare che il maestro agli occhi prediligesse le orecchie. Lui affermava che gli occhi, su Sirio, sono considerati estremamente limitati; vedono solamente la superficie del mondo e dell’esistenza, la quale non è altro che illusione. Le orecchie, invece, possono entrare in un mondo molto più complicato e molto più ricco: la musica può creare relazioni fra le più fini vibrazioni dell'uomo, e anche trasmetterle.

Poi, tra una composizione e l’altra, Stockausen raccontava che dalle sue parti, quando si guarda il cielo all’imbrunire, e tra le costellazioni infinite appaiono le bellissime sedici lune maculate di Sirio, gli anziani dicono che la musica delle sfere non esiste. Su questa stella gli uomini non dimenticano mai la propria natura corporea, ricordando allo stesso tempo di essere degli spiriti. Macchina e pilota contemporaneamente, come dicono i Siriani quando vogliono farsi capire dai rozzi di Alpha Centauri.

Ora, pare che ai primi del dicembre 2007 Karlheinz Stockhausen abbia abbandonato la sua macchina, ormai vecchia e malandata, da qualche parte sul pianeta Terra. Dopo il distacco, il pilota è felicemente ritornato su Sirio, dove attualmente sta benissimo ed ha ripreso a lavorare. I giornali locali dicono che il maestro ha già inciso con una nuova band di Beetle-core matematico, un genere terrestre molto urlato e pieno di tanti yè-yè. In copertina del disco ci sono quattro scarafaggi con baffi, capelli a caschetto e la pelle schifosamente bianca, senza peli verdi e priva di squame. Grazie a questo sorprendente look, tutti gli esperti di marketing interstellare concordano nel dire che l’oggetto venderà sicuramente un casino. Anche tra i truzzi di Alpha Centauri.

lunedì 23 novembre 2009

a/4


Il rock all'ospizio, i fans al manicomio.

(adesivo su un cd, forse)

venerdì 13 novembre 2009

Trattato di distruzione dei dischi


Tecniche di smaltimento e proposte di riutilizzo - V

Ridotto a dimensioni microscopiche con un cerimoniale di negromanzia, il cd è stato iniettato in vena all’Assessore Provinciale alla Cultura. Il soggetto, a distanza di appena 20 minuti dall’entrata in circolo del disco, ha dato in escandescenze appiccando il fuoco alla sua intera biblioteca, consistente in un’unica copia de “I racconti di Mamma Oca” di Perrault.
L’uomo, - gettando nello sconforto i familiari- ha quindi incominciato ad esibirsi in lunghe e imbarazzanti citazioni dalle Enneadi di Plotino. Del fatto è stato prontamente avvisato il Presidente della Provincia che, constatato di persona quanto stava succedendo all’Assessore, ne ha immediatamente disposto il decadimento dall’incarico per incompatibilità, assumendone la funzione ad interim.
Il Sindaco ha successivamente firmato un T.S.O. per il poveruomo costringendone la moglie, senza più reddito, prebende e pizzi, ad un’esperienza no-limits: impiegarsi come cassiera in un supermercato di quartiere. In seguito, il triste episodio ha costretto il Consiglio Provinciale a rivedere la programmazione estiva degli spettacoli, eliminando, per non rinnovare il dolore dei familiari, qualsiasi riferimento alla parola “cultura”.
L’operazione non ha richiesto troppo tempo, né eccessivo dispendio d’energie intellettuali da parte dei componenti della Giunta. Gli stessi, alla fine di quest’operazione di ripulitura, si sono sentiti come alleggeriti da un peso, e hanno finalmente rimesso nel cassetto la pistola tirata fuori appena lo sfortunato Assessore aveva iniziato a citare, rigorosamente in latino, il libro V delle Enneadi.

domenica 1 novembre 2009

Erik, mammifero gimnopedista



“Un uomo senza religione è come un pesce senza bicicletta” (E. S.)


“L’eccentrico Satie” si usa dire nei salotti perbene, quando si parla di un musicista che le parole sapeva usarle come fossero note, e viceversa. Ad esempio basterebbero le didascalie che egli scriveva negli spartiti: “non arrossisca sulle dita”, “ in punta di denti, quelli in fondo”, “faccia meglio che può” al posto dei tradizionali “allegro”, ”piano con brio”, “adagio”. Oppure “les Embroyns desséchés”, ed altre sue composizioni che erano anche delle vere “partiture per l’occhio” in anticipo sulla poesia d’Apollinaire, per come la struttura grafica interagiva con quella dell’interpretazione sonora. Uno che nell’arco della sua vita era ereticamente passato dalla setta misteriosofica Ordre de La Rose alla tessera del Partito Comunista Francese; dal café chantant alla polemica con l’impressionismo e col romanticismo wagneriano; uno che aveva sempre rinnegato le patrie in genere. Un mammifero europeo con il sorriso libero dell’intelligenza, sedicente gimnopedista, nato nel 1866 a Honleur, una piccola città della bassa Normandia a nord della Francia: Alfred Eric Leslie Satie. La k finale ce la metterà lui.

“Mi chiamo Erik Satie, come chiunque”

“La libertà nasce dall’ironia”, scriveva proprio in quegli anni il padre di Adele H., e c’è da credergli. Cosa che sicuramente fece Erik Satie in quella seconda metà dell’ottocento, quando cominciò la sua vita da “vagabondo” trasferendosi a Parigi, zona Montmartre. Posticino niente male: in giro nei pub si potevano incontrare gente come Picasso, Ravel, Stravinskji, Cocteau; e tante ballerine. Aperta parentesi: quelli che parlano bene a questo punto direbbero che il surrealismo, il dadaismo, furono visitati e a loro volta visitarono la figura e l’opera del Nostro. Chiusa parentesi. Lui, Satie, era uno di quelli che partono per l’accademia militare e dopo poche settimane scappano esibendo malattie così terribili da far retrocedere anche un Esercito, idiozia non ancora estinta. Impossibile rimanere un attimo in più dentro qualsiasi accademia o caserma, se si è capaci di scrivere una composizione che dura poco più di un minuto, un motivo di otto misure, composto da un tema e da due armonizzazioni, accompagnandola con questa prescrizione all’esecutore: “Prepararsi con serie ed effettive immobilità”. Il brano, aggiunge l’autore, dovrà essere “Suonato a se stesso” 840 volte di seguito; qualcosa che, a secondo del tempo scelto, dura tra le 12 e le 24 ore. “Vexations” (1893) si chiama il lavoro in questione e l’autore è Satie, musicista non a caso espulso dal Conservatorio dopo essere stato definito “privo di talento”. Accademici: poi uno dice. Giusto per essere anarchicamente precisi, bisognerà ricordare che la prima performance pubblica e integrale di “Vexations” ebbe luogo solo settant’anni dopo la sua composizione: il 9 settembre 1963 al Pocket Theatre di New York. Quel minuto abbondante di musica fu suonato ininterrottamente dalle ore 18.00 fino alle 12.40 del giorno successivo, ripetendolo per una durata complessiva di circa 18 ore e 40 minuti. Al martirio provvidero cinque pianisti; l’ideatore dell’impresa fu il famigerato John Cage, noto frequentatore di anarchici e quiz televisivi, uno che invece di diciotto ore d’invasione sonora era capace di scrivere “4’ 33”, un brano che è solo silenzio. Destini. Incontri. Come arcipelaghi nel tempo, direbbe il poeta. Riportano algidamente le cronache che durante le varie esecuzioni integrali di “Vexations” si registrano frequentemente sbocchi di vomito, lesioni alle falangi delle dita, slogamenti alle mascelle, svenimenti, sonni, visioni, trasfigurazioni. Elevazioni fatte col niente, senza neanche accendere una candela, un’ostia, un crocefisso, un prete.

“Signore, lei non è che un culo. Ma un culo senza musica!”

Prende la parola il Pubblico Ministero: “Signori! Cospirando con fuorusciti russi l’imputato Satie s’ingegnava a preparare un vile attentato, un vero e proprio affronto al gusto Francese: la messa in scena del balletto “Parade”, dentro le quali musiche egli inseriva rumori di macchine da scrivere, sirene, colpi di pistola, musica negra, tumulti di mercato e di plebe”. “Usandoli come fatti, elementi indispensabili della realtà!” interrompe vivacemente dal fondo dell’aula tale Braque, cubista. Si levano schiamazzi dal pubblico: “Viva l’arte negra!” “A morte il suprematismo!”. (…) Riprende l’Accusa: “Questi sono vaneggiamenti da utopisti! No Signori, i cubisti hanno torto! Nel futuro non potranno mai esserci né discoteche né cubisti. Alla Francia già bastano ed avanzano i malfamati cafè chantant, posti dove quest’uomo passava le notti accompagnandosi a sordidi personaggi: ballerine, studenti, artisti, malfattori. Le “Chat noir” era il nome del locale che l’imputato frequentava più assiduamente, suonando il piano nelle serate più vergognose. Come prova l’ accusa produce il brano “Jack in the box”; e s’aggiunga ai biglietti diffamatori che il Satie mandava alle sue ignare vittime, i nostri cani da guardia nelle faccende artistiche, i cari critici. (…) Si chiede la condanna dell’imputato ecc…”. (…) Correnti, accademie e altre forme di dominio saranno vigorosamente contestate, in quegli anni. Da alcuni con pistole e bombe; da altri con quadri, o perfino poesie. Dopo la prima di “Parade” (Balletto realista) – composto nel 1917 per i Balletti Russi di Djaghilev, sceneggiatura di Cocteau, scene di Picasso, musiche di Satie, coreografie di Massine – infuriano le polemiche. Debussy rifiuta in blocco le provocazioni di “Parade”; i dadaisti esultano; Apollinaire, entusiasta, inizia ad estrarre dal cilindro parole. Satie è denunciato, processato e condannato a otto giorni di galera e a cento franchi di multa per aver scritto il seguente biglietto ad un critico: “Signore, lei è non è che un culo. Ma un culo senza musica”. Satie può aver seminato equivoci, o seguaci; e tra questi, modernamente, ci sono alcuni che dicono di fare discreet music, musica per ambienti, aeroporti o pollai. Ma di “Musique d’Ameublement” lui aveva già parlato, e composto, nel 1920: oltre mezzo secolo prima di tutti gli odierni cocoriti.“L’Arte è un’altra cosa” diceva Satie. E il nostro non era uno che scherzava, con l’arte; se, ad esempio, Debussy lo accusava di comporre brani senza forma, lui era capace di scrivere subito “Trois morceaux en forme de poire” (1903): “Tre pezzi a forma di pera”. Attorno a Satie si forma il Gruppo dei Sei, un’ accolita di musicisti - Poulenc tra gli altri - dalla quale in seguito egli si distacca: come Zarathustra, direbbe Friedrich N. Come Socrate, avrebbe sicuramente precisato Erik S. Quarantenne, dopo anni di maniacale solitudine riprende gli studi “seri” e si iscrive, chissà quanto provocatoriamente, alla Schola Cantorum dedicandosi allo studio del contrappunto; si appassiona anche agli scritti di Platone. Nel 1918 Satie compone “Socrate”, un dramma sinfonico per pianoforte, orchestra da camera e voci per il quale scrive anche il libretto, traendolo dai “Dialoghi”. Un lavoro, ispirato dall’intima connessione che egli avvertiva con il filosofo e la sua opera, che il pubblico aspettandosi altro –il solito, si dice al bar- alla prima non comprese, e anzi derise. Così va la vita, o fratelli.

“Un tempo sono stato bambino anch’io … Non lo si direbbe”

Quando Satie morì, e solo allora, si aprirono le porte della sua casa: gli amici trovarono spartiti, decine e decine d’ombrelli, abiti tutti uguali, centinaia di bigliettini. L’antro di un mago. E a proposito di magia, il Vs. aff.mo ricorda ancora, a distanza d’anni, la prima volta che ascoltò gli accordi di settima, nona, undicesima; le terze concatenate; l’attimo esatto quando si premette il play dello stereo e –fino ad allora inaudita- partì la prima delle tre Gymnopédies. Che poi la stessa sia usata nelle sigle dei programmi televisivi o nelle pubblicità con Rit.Lev.Montalcin., poco ci tange. Il fatto lo si ritiene conferma, invece, delle parole già ripetutamente ripetute: la musica è troppo stupida ecc. Che anzi la sventurata non c’entra, essendo Ella solo aria e chi Le sta attorno manutengoli.
E poi si racconta che prima di morire, nella tarda serata del 30 giugno 1924, Erik scese nel giardino della sua pensione ad Arcueil e sotterrò i manoscritti di 6 sinfonie, 4 Concerti per pianoforte, 5 Oratori, 3 Messe, 24 Quartetti d’archi, 8 Sonate per pianoforte e 3 Opere. Tutti impacchettati accuratamente; e si racconta ancora che esattamente un anno e un giorno più tardi, il 1 luglio del 1925, Satie li raggiunse per sempre. Finezze di gente che sa rendere ridicola l’accademia, il potere, la morte. Come quella volta, in una scuola d’Arcueil, quando il nostro tenne una conferenza a dei bambini. Il vecchio piccolo Erik arrivò, si sedette e raccontò: “Signore, Signorine, Signori… Sono vissuto a lungo con gli animali, ma ho anche molto frequentato i bambini. Un tempo sono stato un bambino anch'io - non lo si direbbe - un piccolo bambino, piccolissimo (…) Come si diventa musicisti? E' molto semplice: si prende un professore - di musica, se possibile. Lo si sceglie con cura, con attenzione, con gravità. Ci si mette d'accordo su un prezzo. L'allievo deve avere molta pazienza - una grande pazienza - una pazienza da somaro, molto notevole. Bisogna infatti. che si abitui a sopportare il suo professore. Pensate un po': un professore! Costui chiede delle cose che sa, lui, e che non sapete, voi... Evidentemente ne abusa. E voi avete il diritto di non dire niente. E anzi è meglio così”. Arrivati a quel punto, c’è da scommettere che tutti i bambini avessero la bocca e le orecchie spalancate: Maestri e Direttore non si sa. E infine, prima di scomparire, Erik Satie aggiunse: ”Sappiate che il lavoro è la libertà…la libertà degli altri. Quando lavorate, non date fastidio a nessuno.. Non dimenticatevelo mai. Mi avete capito?”. E’ tutto, piccini.

venerdì 16 ottobre 2009

Era una notte buia e tempestosa

L’altra notte vengo svegliato da un rumore: è un piccione che bussa con insistenza alla finestra. Mi alzo e, appena apro, l’uccello, con un’espressione molto seria, tira fuori una matita da dietro l’orecchio, mi da un modulo da firmare, recapita un telegramma e se ne va senza neanche salutare.
- Non ho mai visto un piccione che tiene la penna dietro l’orecchio-, fa la micia che aveva seguito tutta la scena.
- Ed io non ho mai visto gatti che parlano - le ho risposto con un tono sgarbato, innervosito da quel telegramma nel cuore della notte.
- L’avrà mandato qualche squinternato di quelli che frequenti - ha risposto acida la gatta - Sicuro. Come il fatto che i piccioni non hanno orecchie.

Prox Numero Su Musica Et Paura Stop F.To Squinternat. Arcobaleno, c’era scritto sul telegramma. La micia mi ha guardato con uno sguardo di compatimento e si è rimessa a ronfare. -Paura… ma cosa c’entra mai con la musica? - ha detto all’improvviso una voce che veniva da una poltrona al buio in fondo alla stanza. Mi si è ghiacciato il sangue nelle vene. A casa non c’era nessuno e le poltrone, notoriamente, non parlano da sole.

- Ma scusi, signora poltrona, com’è che tutto a un tratto si è messa a parlare? – sono riuscito a balbettare, mentre il cuore mi batteva a mille.
- Piacere di conoscerla, spero che indovinerà il mio nome - ha risposto l’ombra sulla poltrona, sporgendosi verso di me. Nell’oscurità a malapena riuscivo a vederla.
- E lei che ci fa qua, com’è entrato? Chi è?
- Permetta che mi presenti, sono un uomo ricco e di gusto.

Ora, io avevo capito una cosa: se si cena tardi, non è il caso di esagerare con il pasticcio di lasagne, la caponata di melanzane, i peperoni in agrodolce, la cassata, lo zibibbo e il nero d’Avola. La micia mi ha chiamato da parte: “Guarda che il tipo ti sta ripetendo a pappagallo le parole di Sympathy for the Devil, la canzone dei Rolling Stones. Non te ne sei ancora accorto?”. Meno male che i gatti parlano, ho pensato - e che conoscono i Rolling-, ha aggiunto lei.Confortato da questi riferimenti musicali, sono quindi ritornato alla carica.

- Signore, dando per scontato che lei è un’allucinazione provocata dagli effetti psichedelici della caponata di melanzane, vorrei approfittare di questa sua inopinata presenza per chiederle chiarimenti rispetto alla sua prima affermazione, quella cioè dove ella esclude ogni possibile relazione tra musica e paura - ho detto al tipo. Quando la caponata mi rimane sullo stomaco, la parlantina mi esce sempre bene.
- Veda, caro amico, a differenza di quegli squinternati dell’Arcobaleno che lei si ostina a frequentare, io non credo che la musica possa fare paura.
- A parte quella di Toto Cotugno - ho aggiunto io, sempre in vena di spiritosaggini. L’ombra ha fatto finta di niente e ha continuato:
- A detta di tutti, se c’è un posto dove il diavolo è di casa, a parte la tv commerciale, ville di proprietari comprese, questo è proprio la musica. Da sempre. Da Dioniso ai Throbbing Gristle. Passando per Marylin Manson e tutti i gruppi che tirano in ballo serial killers, zombie, demoni e anticristi.
- Quelle band che sembrano fatte da custodi di cimiteri, insomma - mi sono intromesso con la solita battuta scema.
La micia intanto si era svegliata, evidentemente interessata alla conversazione.

- A sostenere questa tesi si tira in ballo anche il blues: la musica del diavolo, com’era chiamata – ha ripreso lui. – Si diceva che il mitico Robert Johnson avesse imparato a suonare la chitarra dal diavolo in persona, di notte, nei cimiteri. Niente di vero, se lo lasci dire da me, che ne so qualcosa. Insomma, l’elenco sarebbe lungo da fare. E forse inutile. Perché non è questa la musica che fa paura. Ma quella che, come succede a volte all'arte e alla cultura, può diventare una bandiera di libertà; un pericolo per chiunque comanda.
- Queste ultima cosa non l’ho capita, signore. Potrebbe farmi un esempio? - L’uomo ha fatto un sospiro, assunto il tono di voce di quando si spiega una cosa allo scemo di casa e, con molta pazienza, ha iniziato:

- Ad esempio la musica può diventare talmente pericolosa che i generali cileni, durante il colpo di stato del 1973 torturano, uccisero a colpi di pistola e fracassarono le mani a Victor Jara, colpevole di aver composto canzoni contro la dittatura.
- Chiunque comanda è automaticamente pericoloso, diceva Anselme – ha aggiunto la gatta.
- Anselme chi, il cantante dei Pantera? - ho chiesto io, ormai completamente nel pallone.
- Quello si chiama Phil Anselmo. L’heavy metal non c’entra - ha replicato acida la micia, guardandomi storto.
- Ha ragione la sua gatta, amico mio. Anselme Bellegarrigue era uno che, tra le altre cose, diceva: Dove nessuno obbedisce, nessuno comanda - ha precisato l’ombra.
- Ho capito: era un individualista, come tutti i cantanti. Mi piace –. Era chiaro che non avessi capito niente. La micia ha sospirato.
- Però, signore, scusi: ancora non mi ha risposto. Lei, chi è?

All’improvviso, un’esplosione ha fatto tremare i vetri. L’ombra era scomparsa. Nell’aria rimaneva solo un odore di zolfo, misto a quello dei peperoni in agrodolce. Dopo un po’, la micia ha rotto il silenzio: “Se la musica fa paura, allora è altrettanto vero che non c’è musica paurosa”.
- A parte quella di Toto Cotugno - ho insistito io.
- Chi fa paura è chi ascolta la musica sbagliata, quella che non fa cantare in coro - ha continuato la gatta, alzando la testa dal libro che stava sfogliando. Una sorta di trattato sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni, scritto da un vampiro belga, tale Vaneigem. La mia è una micia che legge libri sulle buone maniere.
- Basta, con la paura - ha fatto lei, chiudendo il libro.

Poi ho preso il primo album dei Black Sabbath e l’ho messo sullo stereo. Silenzio. La spirale dell’etichetta inizia a girare, ipnotica. Un cimitero abbandonato, pioggia, rintocchi di una campana a morto. Un lampo spezza il buio, seguito da un tuono terribile: entra la chitarra di Tommy Jommi. Ozzy è la, nascosto dietro una tomba. Si alza, spalanca gli occhi, dalla bocca gli esce ancora mezza testa di pipistrello e inizia a cantare con una voce da pazzo: ”Chi è questo che mi sta davanti, vestito di nero che mi punta con gli occhi….”. Ragazzi, dopo un’indigestione di pasticcio di lasagne, come i vecchi Sabbath non c’è nessuno.

- Solo che loro vanno bene per la notte di Halloween, non certo per un articolo su Paura e Musica. Basta con l’hard rock da museo. Tieni metti questo - mi ha detto la gatta, dandomi “Fear of music“ un disco dei Talking Heads di trent’anni fa, talmente vecchio da essere perfettamente alla moda. Vedi i Franz Ferdinand, tanto per dire.
- Ma alla fine, quello chi era? - ho chiesto.
- Come, non lo hai ancora capito? Hai lasciato la tv accesa e ti sei addormentato durante il tg di retequattro - ha fatto la micia.
- Emilio Fede?
-Temo proprio di sì.

(pubblicato su "l'Arcobaleno" n.2 anno III - ott. novembre2009. Numero monografico sulla paura)

mercoledì 30 settembre 2009

Le crocchette di alligatore sono buone (e anche la musica egiziana)


L'altro giorno mi arriva una telefonata: “Due cartelle su viaggio e musica. Subito. E che siano scritte in modo comprensibile”, intima una voce con uno strano accento, presentandosi come un emissario del qui presente giornale. Chiusa la telefonata, ho cercato subito conforto nel vergognoso vizio solitario: la lettura. In questo caso “Il diritto all'ozio” di Paul Lafargue, uno spostato che scriveva circa un secolo fa. Certe giornate partono proprio col piede storto.

E visto che le disgrazie non arrivano mai sole, nel pomeriggio viene a trovarmi un vicino di casa che siccome si è fatto due settimane a Sharm - come dice lui -, che poi sarebbe una rinomata località turistica in Egitto, vuole farlo sapere a tutto il condominio. Il tipo, uno di quelli che quando partono si muniscono di caffettiera, caffé e fornellino da campo, appena arrivato saluta, piazza due palle, smolla come souvenir un cd comperato là e sta per tirare fuori il cellulare per l'esibizione delle foto di rito, quando gli arriva una chiamata. Suoneria disastrosa, inutile dirlo. “Cos'è?” faccio diffidente io, appena vedo la copertina del cd. “Non lo so, non l'ho neanche ascoltato. Figurati, con questa copertina poi. C’è una tipa a mezzo busto che sembra mia zia. A proposito, a Sharm ho incontrato dei ragazzi americani che mi hanno girato in mp3 la discografia completa dei Metallica. T'interessa?” mi dice il condomino, rispondendo contemporaneamente al telefonino. Approfitto di questa sua distrazione per traghettarlo verso il portone d’uscita e, senza farmene accorgermene, farlo scomparire dentro l’ascensore. Roba che neanche Harry Potter, ragazzi.

Dell'apparizione rimaneva il disco, che mi guardava muto. Dico muto perchè intanto le scritte erano in arabo; poi perchè c'erano solo due tracce e ognuna durava dai trenta ai cinquanta minuti. Troppa fatica: presi il cd e lo buttai vicino alla lettiera della gatta.

Qualche giorno dopo passa da casa un’amica, una che quando viaggia vuole assaggiare tutto: crocchette d’alligatore se si trova nelle paludi della Florida o cotolette di cammello alla palermitana se va in Tunisia. Appena entrata, va a salutare la micia che si trova in zona bisognini e, con occhi di falco, vede il cd egiziano abbandonato. “Ma questa è Umm Kalthoum, la Diva! esclama. Che ci fa vicino alla lettiera della gatta?” aggiunge con una luce negli occhi che non promette niente di buono. Ci sono certi momenti, come ognuno di noi ben sa, che vorremmo sprofondare ma la terra, vigliacca, si rifiuta di inghiottirci. In un nanosecondo il cd fu recuperato, pulito e in religioso silenzio, messo sullo stereo. La tipa ora si era seduta, ma continuava a guardarmi fisso e intanto batteva il piede nervosa.

Come fu, come non fu, le due tracce finirono. Io non avevo capito niente. Niente a che vedere con nessuno dei primi trenta dischi che possono passarvi per la testa. Nessuna coordinata possibile in un viaggio che non prevedeva nessun villaggio turistico. L'unica cosa che riconoscevo erano le urla e gli applausi del pubblico, uguali a quelli che possiamo ascoltare durante un concerto rock. Tumulti incomprensibili, alle orecchie dell'ascoltatore occidentale medio. Figuriamoci poi la musica: nessun accordo, melodie continue con note che non erano mai perfette e parole cantate in una lingua incomprensibile.

“Cos'è?” chiedo per la seconda volta. Lei, dopo avermi visto annaspare per quasi ottanta minuti, ora si è ammorbidita: “E' Umm Kalthoum, una piccola contadina nata in un villaggio sul Delta del Nilo agli inizi del secolo scorso. Una che, dagli anni venti fino a tuttora, a trent'anni dalla sua morte, continua ad essere la voce di cinquanta milioni di arabi, dal Golfo all'Oceano. La Stella d'Oriente, la chiamavano – continua -. Una via di mezzo tra Maria Callas, Beatles, Eminem, Mozart, Rolling Stones”. “E i Metallica?” chiedo. “Tu frequenti troppo il tuo vicino, quello che non viaggia senza caffettiera”. “Guarda che me l'ha regalato proprio lui”. “Sicuramente non l'avrà neanche ascolto”. La gatta ha annuito, strofinandosi sulla sua gamba.

Quello è un turista! - ha ripreso lei - Uno che cerca gli spaghetti anche in Perù e poi si lamenta se sono scotti. Per ascoltare questa musica, tutte le musiche, bisogna essere dei viaggiatori. E alzare la testa dal proprio recinto. Solo che ormai la massima novità è un gruppo che suona come un'altro di trent'anni fa e si veste come uno di vent'anni prima”. “Un obitorio, praticamente”, aggiungo io. Le battute finali mi vengono sempre bene.

“E poi - ha concluso – prova a chiedere ad un marocchino, tunisino, egiziano, palestinese se conosce Umm Kalthoum. Lo vedrai immediatamente sorridere, come se per un attimo fosse ritornato a casa. Quando trasmettevano i suoi concerti alla radio, ogni primo giovedì del mese, l'intero mondo arabo si fermava per ascoltarla, e tutti sognavano con la sua musica. C'è un libro dove un poeta innamorato racconta di lei. Si chiama 'T'ho amato per la tua voce'. Lo conosci?”

No, non lo conoscevo. Ma ho pensato subito ad una storia, a proposito di questo cd: arriva un uomo su una spiaggia. E' sicuramente un naufrago, nudo e stremato. Cosa fare? Noi telefoneremmo ai carabinieri, o alla Croce Rossa, o al Pronto Soccorso. Una ragazzina di diecimila anni fa chiamava invece le ancelle: “Bisogna soccorrerlo, perchè vengono tutti da Zeus, stranieri e mendichi”. E quindi lo porta nella casa dei genitori, lo sfama, lo lava, lo profuma e quando è rivestito con panni candidi e puliti lo fanno sedere tra loro e tutti gli chiedono di raccontare una storia. Solo che lei si chiamava Nausicaa, lui Ulisse e all'epoca non c'era la Bossi-Fini e chi ributtava in mare gli stranieri. “Cosa c'entra la Bossi-Fini?” ha detto lei sovrappensiero, guardandosi l‘ombelico.

“Il diverso, quando non lo conosci, ti fa paura. Come questo disco”, avrei dovuto rispondere. Solo che per darmi un tono ho sparato lì la prima cosa che mi passava per la testa: “ La musica fa viaggiare, e per viaggiare bisogna essere curiosi, aperti alle differenze, e saper riportare a casa quello che s'incontra, per comprendere, confrontare, migliorarci”. “Bravo -fa lei- potresti scriverci un articolo. Ma fallo in modo comprensibile”.

(pubblicato su L'Arcobaleno n. 1 anno. III. Sett.-ottobre 2009. Numero monotematico sul viaggio)