Resosi defunto il destinatario e sperando tuttavia che lo stesso possa, in qualche modo, leggerla, pubblichiamo la seguente lettera. La quale, nonostante le meravigliose e progressive sorti delle poste privatizzate, precarizzate e smantellate, ci è pervenuta con notevole anticipo sul compleanno del signor Zappa Frank in indirizzo.
Da una nostra ricerca risulta che il genetliaco dello Zappa, celebrandosi in concomitanza con il solstizio d’inverno, cada nel Capricorno: segno zodiacale cardinale e di terra governato da Saturno e in cui Marte trova la sua esaltazione. Tutte cose che si potrebbero anche usare come metonimie, laddove – ma non è decisamente il nostro caso- ci occupassimo di musica, astrologia e altre cosiddette superstizioni ideologiche.
Preferiamo invece ricordare Frank Vincent Zappa, compositore e visionario agitatore americano del XX secolo, con le sue parole: ”L’illusione della libertà continua fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro”.
Caro signor Frank Z.,
Le scrivo questa lettera per dirle che è minimo da ventotto anni che volevo scrivergliela: per la precisione, dal 14 luglio 1982. E che avevo anche pensato di spedirgliela da Palermo dove quel giorno, in occasione di un suo concerto,.avevamo un appuntamento allo stadio della Favorita.
Solo che siccome nel prato non si poteva entrare e io assieme a molti altri la volevamo invece vedere da vicino, andò a finire che il gruppo d’apertura – degli energumeni vestiti di blu, amanti di marcette militari e alzabandiere, che non apprezzavano la sua e la nostra musica - per difendere la nazione intera, i suoi inviolabili riti e i sacri confini dei campi di calcio, quel giorno esagerò con i lacrimogeni e le manganellate: che tanto eravamo tutti drogati e gente che non pagava le contravvenzioni.
Fu così che allora lei non suonò per noi, né allora né mai più. Ma questa è un’altra storia, caro signor Frank, e non interessa certo a nessuno.
Quel suo tour in Italia dell’ ’82 fu una cosa che neanche Ranxerox, come ebbe a confermare Tanino Liberatore in una michelangiolesca copertina per il suo live “The man from Utopia”.
Luogo, quest’ultimo, che alcuni suggeriscono possa trovarsi tra l’angolo sinistro dei suoi baffi a ferro di cavallo e il centro esatto della mosca quadrata che ha sul mento. Entrambi cubisti quasi come la sua musica.
Sempre a proposito di quella storia dei lacrimogeni prima del suo concerto a Palermo, io debbo confessarle che c’ero andato anche perché i suoi baffi avrei voluto vederli di persona. Davvero: solo che nel mezzo si ci mise qualche manganellata e così posso soltanto immaginarmeli, i suoi barbigli vorticisti. Simili, ma non uguali, a quelli di Groucho Marx, della Monna Lisa di Duchamp, di Chaplin, di Super Mario o di Dalì. Un apparato pilifero ricco di rimandi a derive ed estremi estetici.
Volevo anche dirle che l’altro giorno, dal barbiere, qualcuno sosteneva che lei i baffi ce li avesse da quando aveva tre anni; e poi si è andati a finire su quelle foto dove lei ha le trecce ed è vestito da bambina, sempre con i baffi, chiaro: e abbiamo tutti sorriso.
Così, tornando a casa, ho pensato che lei quest’anno compie settant’anni e che insomma potevo scrivergliela veramente, questa lettera.Dove avrei detto che lei mi è sempre sembrato un tipo a posto: ad esempio per la copertina di quel suo disco dove prendeva in giro i Beatles di Sergent Pepper sostituendo, in pieno Flower Power, i fiorellini rincoglioniti dalle troppe canne con angurie squartate.
E anche per il fatto che nella sua stanzetta di teen ager ci fosse sicuramente il poster di Varèse, oltre a quello, si spera, di Bettie Page; e che nonostante questo, lei abbia affondato le braccia fino al gomito nella plastica dello showbiz e delle sue musiche d’ordinanza, uscendone sempre più libero. Sovra/producendo, conducendo battaglie legali con le case discografiche, vincendole e dedicandosi alla propria musica. La sua: ineseguibile dalle ignoranti rock band, snobbata dalle orchestre piene di scimmie sapienti.
Lei stesso, d’altra parte, si definiva "un tizio che scrive musica che non riesce a fare eseguire". E allora, alla fine, meglio degli umani, la macchina: fredda, precisa, che le evitava “20 minuti di spiegazione ad un cazzone di bassista per fargli capire un 11/8” e che costa solo la bolletta della luce, per dirla con sue capricornesche parole.
Ovvero il Sinclavier, un sintetizzatore e campionatore musicale con il quale eseguiva i suoi spartiti da macchiaiolo della musica. Solo che alla fine, siccome le fate esistono, è arrivata l’Ensemble Modern Orchestra da Francoforte: che ha ripreso queste sue partiture, strappandole ai disinfettati silici dei computers e alle unghie sporche dei musicisti rock; e le ha restituite alla musica suonata.
Lei mi è stato sempre simpatico anche per i titoli delle sue canzoni. L’elenco, solo a citare i titoli direttamente scritti in italiano, è piacevolmente delicato: “Tengo na michia tanta” (Uncle Meat), “Questo cazzi di piccione” (The Yellow Shark), “Dio Fa” (Civilization Phaze II). Senza dimenticare i nomi dei suoi figli, ad esempio: Dweezil, Ahmet, Moon Unit, Diva. Qua, dalle nostre parti, i cani li chiamano Fido e i partiti lo stesso. Figuriamoci i bambini, povere creature.
Fulminanti le ”avvertenze per l'uso” da lei apposte sulla copertina di Apostrophe : “musica per il pranzo e il piacere della danza”; oppure quelle che appaiono su The Perfect Stranger: “tutto il materiale qui contenuto ha come finalità solo il divertimento, e non deve essere confuso con altre forme d’espressione artistica” .
Laddove le vestali dell’arte dovessero avere qualcosa da dire, ricordo che uno dei suoi maggiori estimatori è stato Pierre Boulez. Uno che, oltre a sostenere che "Schoënberg est mort!", ha anche diretto alcune sue opere, affermando: "(Zappa) come musicista era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica pop e quello della musica classica. E non è una posizione comoda". A tal proposito, una sua precisazione: “Parlare di musica è come ballare di architettura”.
Nelle sue composizioni mi piacevano anche i continui riferimenti alla musica contemporanea, alle avanguardie, al jazz; e naturalmente al rock, alle colonne sonore dei cartoon di Hanna & Barbera, alle silly songs pubblicitarie, le parodie della flower music, del surf e del doo-wop; e gli assalti feroci alle “stupidità orchestrali”.
E poi la sua chitarra, quella – a suo dire- capace di ingravidare con un assolo ogni ragazza nel raggio di 15 metri dal palco, avrei voluta sentirla davvero, quella sera a Palermo: celere permettendo. La quale non permise.
Volevo anche ringraziarla perché lei, in quelle teste vuote dei fans, ha fatto girare un nome: Edgard Varèse. Per questo motivo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nella persona del suo Alto Commissario per i Diritti Umani avrebbe dovuto come minimo insignirla di una medaglia d’oro grossa così, tipo le patacche che i gangsta-rapper portano al collo. Ma quelle onorificenze le danno alle rockstar, categoria con la quale lei sicuramente ha avuto qualche problema d’appartenenza.
Questa lettera per dirle anche un’altra cosa: che uno dei primi dischi che ho rubato è stato il suo “Overnite sensation”, e che ce l’ho ancora nel cuore. A sostegno di questi sentimentali ricordi di un’adolescenza avventata, una frase: “Al cuore non si comanda”, come disse il matematico napoletano Caccioppoli, non a caso nipote di Bakunin.
Quelli che scrivono sulle enciclopedie online dicono di lei che “In realtà il suo progetto musicale consisteva nel dedicarsi al proselitismo fra i fricchettoni e i lunatici, per poi proporre la sua musica seria e complicata dissimulata dietro una facciata rock sardonica e parodistica, e condita con testi permeati di cinico e sbeffeggiante realismo, anche a costo di essere perseguitato per anni da luoghi comuni e leggende metropolitane”.Nonostante queste telematiche avvertenze, ci fu un periodo che vide fiorire suoi estimatori, e nelle fattezze e nelle fattanze. All’epoca, non c’era ancora Wikipedia con i suoi lemmi saccenti.
Sebbene lei abbia dichiarato che concepiva la musica come "decorazione del tempo", una creazione barocca da costruire con le proprie mani, divertente e libera da schemi prestabiliti, basata sull'atonalità e sul ritmo (poliritmie, tempi dispari, addirittura ritmi irrazionali e casuali), a forza di intruppare i suoi lavori tra etichette che non significano niente, c’è anche da dire che questo, commercialmente parlando, per lei forse non è un gran momento. Colpa anche della sua prolungata assenza dai media, mancanza che non contribuisce a spingere il prodotto sugli scaffali della merce-musica, nonostante le tracce e le spore che lei, da oltre quarant’anni a questa parte, ha disseminato in giro.
Alzando lo sguardo verso le stelle, una prova ulteriore ne è il piccolo asteroide “Zappa Frank”, che un gruppo di fan ha fatto ufficialmente battezzare in suo omaggio, il quale continua a percorrere tranquillamente la sua orbita negli spazi siderali. Lontano da questo pianeta dove, per citarla, non è l’idrogeno la vera sostanza costitutiva, ma la stupidità.
Saluti da chi le vuole bene.
Lettera firmata
(pubblicato su "Sicilia libertaria" n. 292 a. XXXIV - Febbraio 2009 )