
“Ma perché Emanuele Filiberto può cantare al Festival e io no?” si chiedeva Mariano Apicella passeggiando solo, nervoso, per Sanremo. Da un po’ di tempo questa cosa era diventata un chiodo fisso che lo rendeva sempre più irritabile. Sintomatico quello che era successo qualche giorno prima, sul volo Milano-Roma. Apicella, appena messo piede e chitarra a bordo, aveva subito sclerato per questioni insignificanti, vedi bagaglio a mano e posto vicino al finestrino. I passeggeri avrebbero ricordato a lungo le urla del musicista - “imbufalito” come aveva urlato più volte - e anche un sonoro e deciso “ma va a cagher tu e il Cavalier!” proveniente dalle file centrali che gli aveva fatto immediatamente abbassare la cresta. Lui, abituato a viaggiare con l’aereo di Stato, ora doveva accontentarsi di un volo di linea, come tutti.
Fra l’altro, pensava Apicella, tra poco sarebbe uscito il suo nuovo disco scritto col Presidente Berlusconi. E uno di questi brani, ‘Musica’, lui avrebbe voluto cantarlo sul palco del Festival. La musica gli era sempre piaciuta: da bambino, appena sentiva le canzoni di Topo Gigio, si metteva subito a cantare e ballare davanti alla televisione. Cosa poi c’entrasse, la musica, con Sanremo, questo Mariano non se lo era mai chiesto. Sapeva solo una cosa: che sarebbe stato da fessi perdere un’occasione come questa.
Quando Mariano Apicella era guaglione, si era incapricciato con la chitarra elettrica e il metal. Si era fatto crescere i capelli, che quando faceva gli assoli li muoveva a tempo; e qualche volta aveva pure votato comunista. Fesserie di ragazzi. Sua madre glielo diceva sempre: “Marià, bellemammà, lascia stare la chitarra e trovati un impiego al catasto o all’Italsidèr, che con il metal e i comunisti non ci campi. E tu mica sei fesso, Marià?” “E io mica so’ fesso, mammà!” rispondeva sempre Mariano.
Un giorno che era entrato in chiesa per parlare con il suo managèr, il quale per arrotondare faceva pure il sacrestano, Mariano aveva visto entrare Peppino Gagliardi, un cantantone napoletano di quelli che la sua mamma aveva tutti i 45 giri e lui se li ascoltava sempre. Il cantante si era inginocchiato, con la mano destra si era data una grattata alla fronte, sistemato la cravatta, scrollato un po’ di polvere dalla spalla sinistra, tolto un capello da quella destra, poi si era portato la mano alla bocca, come per guardarsi le unghie, si era alzato e se n’era andato così com’era venuto.
Il guaglione rimase colpito da questa scena e ci pensò per giorni. Peppino Gagliardi, il suo idolo, che entrava in chiesa! Invece il suo batterista bestemmiava sempre come un turco e per questo motivo puzzava di fame; e il bassista, che teneva la moglie sempre incinta, votava pure comunista. Peppino Gagliardi no. Lui andava in chiesa, si faceva la santacroce, e non sputava per terra. Peppino Gagliardi cantava canzoni d’amore, piaceva a tutti e si era fatto la macchina nuova e pure una bella villa a mare.
Quell’incontro lo impressionò. Mariano capì che doveva darsi una regolata e come minimo bisognava cambiare repertorio e look. Si tagliò i capelli, anzi si fece venire anche un po’ di calvizie, che gli dava un’aria perbene; ingrassò un poco e inizio a mettersi giacca e cravatta. Vestito blu, camicia bianca, via il chiodo e quella maglietta con gli Iron Maiden che indossava sempre. Nel frattempo aveva pure imparato il giro di do e gli accordi di settima aumentata. Imparò pure le canzoni napoletane che tanto piacciono ai turisti e iniziò a cantare nei ristoranti e negli hotel. Le cose gli andarono subito bene.
Una sera, mentre cantava all’hotel Vesuvio a Napoli, Apicella fece l’incontro della sua vita. Un turista un po’ speciale: un milanese piccoletto, pelato, svelto, che a vedere come si muoveva e come lo servivano pareva il Padreterno. Uno pieno di femmine, soldi, macchine, ville, televisioni, che tutti lo volevano bene, a parte i soliti cornuti, giudici e comunisti. Mariano appena lo vide, ad Isso, al Cavaliere, gli si affezionò subito. In mezzo a tutto quello sfaccimme di pezze al culo che lo circondava a Mariano, il Dottore, gli sembrò come un raggio di luce, un’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi, una grazia speciale di San Gennaro. “Il treno passa una volta sola e se uno non lo prende al volo, arrivederci e grazie. O sbaglio? Io mica so’ fesso” si ripeté Apicella. Solo che però il Cavaliere, oltre ad essere Presidente del Consiglio, era anche Presidente del Milan; e invece Apicella teneva per il Napoli; senza dimenticare che le opposte tifoserie non si lesinavano mazzate sfruculiamenti e sfottò. Di fronte a questa etica scelta di campo, il nostro decise immediatamente da che parte stare: in entrambe. Napoli e Milan contemporaneamente, che il Dottore non si poteva contrariare che poi si pigliava collera; e San Gennaro neanche. Al Cav. gli piaceva assai il karaoke, e lo aveva fatto piacere alla Nazione intera. E pure a Mariano gli piacque subito il karaoke. La solita storia: nobili e plebei; chi nasce con la camicia di Battistoni e chi con le pezze al culo. Chi è servo e chi no. Chi è furbo e chi no.
Solo che ora, dopo che qualche sfizio se l’era levato grazie al Presidente e agli accordi di settima aumentata che tanto gli piacevano, Mariano si ritrovava per i vicoli di Sanremo, agitato, con la stessa domanda in testa: “Emanuele Filiberto a Sanremo e Apicella no?”. E il Cavaliere? Non gli interessava la promozione del nuovo disco? Isso, perchè lo aveva abbandonato? Mentre si chiedeva queste cose, iniziò a piovere. Mariano s’infilò nel primo bar che gli si presentò davanti.
Il locale era semivuoto, in penombra; si sedette e ordinò una birra nell' attesa che spiovesse. Non riusciva a darsi pace. Certo: ad esempio avrebbe potuto fare come Morgan. Tentare il colpaccio mediatico, ottenere il massimo di visibilità senza neanche partecipare al Festival. Solo che lui, Apicella, l’unica dipendenza che poteva confessare era quella da mozzarella di bufala: e la cosa non faceva tanto fine, a dire la verità. Dallo stereo del locale partì una musica che gli sembrò di riconoscere. Era Wrathchild, un hit degli Iron Maiden che a lui era sempre piaciuto e che modestamente, quando lo suonava con la chitarra tra i denti, il suo figurone lo faceva sempre. Altri tempi. Altri posti. Altri tagli di capelli. A sentire quelle note, a Mariano venne una nostalgia che se in quel momento esatto gli fosse apparso davanti Eddie, il pupazzo degli Iron Maiden, di sicuro se lo sarebbe abbracciato come ad un fratello. Altro che Vittorio Emanuele Filoberto o come sfaccimme si chiamava quello là, che solo grazie al titolo nobiliare si poteva permettere il lusso di andare a Sanremo e invece Mariano Apicella no.
In quel momento, invece di Eddie, nel bar entrò un uomo bassino, col volto nascosto da un cappellone da guappo. Ordinò qualcosa da bere, si appoggiò al bancone con fare indifferente e rivolse lo sguardo verso Mariano. “Guagliò, ma tu non sei Apicello?” gli chiese lo sconosciuto.”Proprio a te cercavo” gli disse avvicinandosi al tavolo e sedendosi senza neanche essere stato invitato. “Accomodatevi pure” fece con buona creanza Mariano, dopo che il tipo si era già accomodato di suo. “Scusate, ma voi chi siete?”.
“Marià, mi manda ‘o Cavaliero. Ti fa sapere di stare sereno. Che c’è sempre l’Eurovisione. Che appena finisce tutta questa tarantella con le procure di Firenze e Roma e Palermo, alla promozione del disco ci pensa lui. Che poi, appena esce il cd, ti fa fare un seratone su Rai Uno da Bruno Vespa. Tu devi stare solo tranquillo e non fare pazziate. Lascia perdere a Morgàn e Filoberto. Ora vai all’Ariston, che c’è un posto in platea prenotato per te. Ti siedi, ti vedi lo spettacolo e applaudi pure, quando le telecamere t’inquadrano. Sorridi Marià, e fatti vedere contento che al Cavaliero le facce tristi non piacciono”. “Scusate, ma a voi sembra giusta questa cosa che il Principe sì e Apicella Mariano no?” “Guagliò, quello dura quanto una fumata di sigaretta…” “… e poi non sa neanche cantare Wrathchild” aggiunse Apicella sovrappensiero. “Tu, invece, ai tuoi tempi eri veramente bravo, Marià” gli disse l’uomo. “Grazie assai. Solo che ora a Sanremo c’è lui e io, senza offesa, sono in questa chiavica di caffè a parlare con voi che neanche so come vi chiamate. Lasciatemi stare, abbiate pazienza.” “Come, ma ‘o veramente non mi riconosci? Eppure una volta mi volevi bene!” L’uomo lo guardò con due occhi di fuoco, si alzò, si tolse il cappello e ad Apicella apparsero due enormi basette che riconobbe subito. “Marià, inginocchiati e baciame ste mane. ‘I songo Peppino Gagliardi!”. Mariano vide una corona di luce, s’inginocchiò, gli prese le mani sudate che puzzavano di nicotina, notò le unghie sporche, lesse “ciuccio pensaci tu” sul tatuaggio nella mano, le baciò, svenne.
Quando si riprese, si ritrovò fuori del bar, con la testa confusa. Era ancora sotto shock per l’apparizione di Peppino Gagliardi, che se lo raccontava a sua madre quella non gli avrebbe creduto mai. Poi, improvvisamente, Mariano si rese conto che aveva ricevuto un’offerta che non poteva rifiutare. Cornuto e mazziato. E basta. Ritirò la testa nelle spalle alzandosi il bavero del cappotto, si avviò lentamente verso l’Ariston quando, a tutta velocità, gli sfrecciò accanto una macchina targata Napoli con a bordo quattro giovinastri. Arrivato ad un metro da Apicella l’autista frenò di botto, uscì la testa dal finestrino e gli urlò in faccia: “Apicè, sì n’ommemmè, tu e il Cavaliero tuo!”. Poi l’auto partì sgommando tra gli sghignazzi e le pernacchie degli occupanti. Apicella ci rimase ‘o veramente male assai: prima diventò rosso peperone, poi verde bile. Fortunatamente che per strada nessuno aveva visto e sentito.
Allontanandosi frettolosamente, notò una luce blu intermittente che proveniva da tutti i palazzi. In ogni casa c’era una televisione accesa sul Festival: e in quel preciso momento Emanuele Filiberto stava cantando “Italia amore mio”. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Amare, oltre che napuletane. All’improvviso, come attraversato da un fulmine, come in un satori a Sanremo, Mariano decise. Di non andare all’Ariston. Di lasciare perdere i milanesi, gli accordi di settima. Di tornare a casa, a Napoli, da mammà. Magari ci avrebbe riprovato a mettere su il gruppo di metal con i guaglioni amici suoi. Ora si sentiva più leggero: rallentò il passo e senza motivo s’inoltrò per i vicoli. Aveva smesso di piovere: sorrise, sentendo l’aria fresca di quella sera di Febbraio sul volto. “E io mica so’ fesso” si ripetè Mariano Apicella.
(pubblicato su "Sicilia libertaria" n. 293 a. XXXIV - Marzo 2009 )
Fra l’altro, pensava Apicella, tra poco sarebbe uscito il suo nuovo disco scritto col Presidente Berlusconi. E uno di questi brani, ‘Musica’, lui avrebbe voluto cantarlo sul palco del Festival. La musica gli era sempre piaciuta: da bambino, appena sentiva le canzoni di Topo Gigio, si metteva subito a cantare e ballare davanti alla televisione. Cosa poi c’entrasse, la musica, con Sanremo, questo Mariano non se lo era mai chiesto. Sapeva solo una cosa: che sarebbe stato da fessi perdere un’occasione come questa.
Quando Mariano Apicella era guaglione, si era incapricciato con la chitarra elettrica e il metal. Si era fatto crescere i capelli, che quando faceva gli assoli li muoveva a tempo; e qualche volta aveva pure votato comunista. Fesserie di ragazzi. Sua madre glielo diceva sempre: “Marià, bellemammà, lascia stare la chitarra e trovati un impiego al catasto o all’Italsidèr, che con il metal e i comunisti non ci campi. E tu mica sei fesso, Marià?” “E io mica so’ fesso, mammà!” rispondeva sempre Mariano.
Un giorno che era entrato in chiesa per parlare con il suo managèr, il quale per arrotondare faceva pure il sacrestano, Mariano aveva visto entrare Peppino Gagliardi, un cantantone napoletano di quelli che la sua mamma aveva tutti i 45 giri e lui se li ascoltava sempre. Il cantante si era inginocchiato, con la mano destra si era data una grattata alla fronte, sistemato la cravatta, scrollato un po’ di polvere dalla spalla sinistra, tolto un capello da quella destra, poi si era portato la mano alla bocca, come per guardarsi le unghie, si era alzato e se n’era andato così com’era venuto.
Il guaglione rimase colpito da questa scena e ci pensò per giorni. Peppino Gagliardi, il suo idolo, che entrava in chiesa! Invece il suo batterista bestemmiava sempre come un turco e per questo motivo puzzava di fame; e il bassista, che teneva la moglie sempre incinta, votava pure comunista. Peppino Gagliardi no. Lui andava in chiesa, si faceva la santacroce, e non sputava per terra. Peppino Gagliardi cantava canzoni d’amore, piaceva a tutti e si era fatto la macchina nuova e pure una bella villa a mare.
Quell’incontro lo impressionò. Mariano capì che doveva darsi una regolata e come minimo bisognava cambiare repertorio e look. Si tagliò i capelli, anzi si fece venire anche un po’ di calvizie, che gli dava un’aria perbene; ingrassò un poco e inizio a mettersi giacca e cravatta. Vestito blu, camicia bianca, via il chiodo e quella maglietta con gli Iron Maiden che indossava sempre. Nel frattempo aveva pure imparato il giro di do e gli accordi di settima aumentata. Imparò pure le canzoni napoletane che tanto piacciono ai turisti e iniziò a cantare nei ristoranti e negli hotel. Le cose gli andarono subito bene.
Una sera, mentre cantava all’hotel Vesuvio a Napoli, Apicella fece l’incontro della sua vita. Un turista un po’ speciale: un milanese piccoletto, pelato, svelto, che a vedere come si muoveva e come lo servivano pareva il Padreterno. Uno pieno di femmine, soldi, macchine, ville, televisioni, che tutti lo volevano bene, a parte i soliti cornuti, giudici e comunisti. Mariano appena lo vide, ad Isso, al Cavaliere, gli si affezionò subito. In mezzo a tutto quello sfaccimme di pezze al culo che lo circondava a Mariano, il Dottore, gli sembrò come un raggio di luce, un’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi, una grazia speciale di San Gennaro. “Il treno passa una volta sola e se uno non lo prende al volo, arrivederci e grazie. O sbaglio? Io mica so’ fesso” si ripeté Apicella. Solo che però il Cavaliere, oltre ad essere Presidente del Consiglio, era anche Presidente del Milan; e invece Apicella teneva per il Napoli; senza dimenticare che le opposte tifoserie non si lesinavano mazzate sfruculiamenti e sfottò. Di fronte a questa etica scelta di campo, il nostro decise immediatamente da che parte stare: in entrambe. Napoli e Milan contemporaneamente, che il Dottore non si poteva contrariare che poi si pigliava collera; e San Gennaro neanche. Al Cav. gli piaceva assai il karaoke, e lo aveva fatto piacere alla Nazione intera. E pure a Mariano gli piacque subito il karaoke. La solita storia: nobili e plebei; chi nasce con la camicia di Battistoni e chi con le pezze al culo. Chi è servo e chi no. Chi è furbo e chi no.
Solo che ora, dopo che qualche sfizio se l’era levato grazie al Presidente e agli accordi di settima aumentata che tanto gli piacevano, Mariano si ritrovava per i vicoli di Sanremo, agitato, con la stessa domanda in testa: “Emanuele Filiberto a Sanremo e Apicella no?”. E il Cavaliere? Non gli interessava la promozione del nuovo disco? Isso, perchè lo aveva abbandonato? Mentre si chiedeva queste cose, iniziò a piovere. Mariano s’infilò nel primo bar che gli si presentò davanti.
Il locale era semivuoto, in penombra; si sedette e ordinò una birra nell' attesa che spiovesse. Non riusciva a darsi pace. Certo: ad esempio avrebbe potuto fare come Morgan. Tentare il colpaccio mediatico, ottenere il massimo di visibilità senza neanche partecipare al Festival. Solo che lui, Apicella, l’unica dipendenza che poteva confessare era quella da mozzarella di bufala: e la cosa non faceva tanto fine, a dire la verità. Dallo stereo del locale partì una musica che gli sembrò di riconoscere. Era Wrathchild, un hit degli Iron Maiden che a lui era sempre piaciuto e che modestamente, quando lo suonava con la chitarra tra i denti, il suo figurone lo faceva sempre. Altri tempi. Altri posti. Altri tagli di capelli. A sentire quelle note, a Mariano venne una nostalgia che se in quel momento esatto gli fosse apparso davanti Eddie, il pupazzo degli Iron Maiden, di sicuro se lo sarebbe abbracciato come ad un fratello. Altro che Vittorio Emanuele Filoberto o come sfaccimme si chiamava quello là, che solo grazie al titolo nobiliare si poteva permettere il lusso di andare a Sanremo e invece Mariano Apicella no.
In quel momento, invece di Eddie, nel bar entrò un uomo bassino, col volto nascosto da un cappellone da guappo. Ordinò qualcosa da bere, si appoggiò al bancone con fare indifferente e rivolse lo sguardo verso Mariano. “Guagliò, ma tu non sei Apicello?” gli chiese lo sconosciuto.”Proprio a te cercavo” gli disse avvicinandosi al tavolo e sedendosi senza neanche essere stato invitato. “Accomodatevi pure” fece con buona creanza Mariano, dopo che il tipo si era già accomodato di suo. “Scusate, ma voi chi siete?”.
“Marià, mi manda ‘o Cavaliero. Ti fa sapere di stare sereno. Che c’è sempre l’Eurovisione. Che appena finisce tutta questa tarantella con le procure di Firenze e Roma e Palermo, alla promozione del disco ci pensa lui. Che poi, appena esce il cd, ti fa fare un seratone su Rai Uno da Bruno Vespa. Tu devi stare solo tranquillo e non fare pazziate. Lascia perdere a Morgàn e Filoberto. Ora vai all’Ariston, che c’è un posto in platea prenotato per te. Ti siedi, ti vedi lo spettacolo e applaudi pure, quando le telecamere t’inquadrano. Sorridi Marià, e fatti vedere contento che al Cavaliero le facce tristi non piacciono”. “Scusate, ma a voi sembra giusta questa cosa che il Principe sì e Apicella Mariano no?” “Guagliò, quello dura quanto una fumata di sigaretta…” “… e poi non sa neanche cantare Wrathchild” aggiunse Apicella sovrappensiero. “Tu, invece, ai tuoi tempi eri veramente bravo, Marià” gli disse l’uomo. “Grazie assai. Solo che ora a Sanremo c’è lui e io, senza offesa, sono in questa chiavica di caffè a parlare con voi che neanche so come vi chiamate. Lasciatemi stare, abbiate pazienza.” “Come, ma ‘o veramente non mi riconosci? Eppure una volta mi volevi bene!” L’uomo lo guardò con due occhi di fuoco, si alzò, si tolse il cappello e ad Apicella apparsero due enormi basette che riconobbe subito. “Marià, inginocchiati e baciame ste mane. ‘I songo Peppino Gagliardi!”. Mariano vide una corona di luce, s’inginocchiò, gli prese le mani sudate che puzzavano di nicotina, notò le unghie sporche, lesse “ciuccio pensaci tu” sul tatuaggio nella mano, le baciò, svenne.
Quando si riprese, si ritrovò fuori del bar, con la testa confusa. Era ancora sotto shock per l’apparizione di Peppino Gagliardi, che se lo raccontava a sua madre quella non gli avrebbe creduto mai. Poi, improvvisamente, Mariano si rese conto che aveva ricevuto un’offerta che non poteva rifiutare. Cornuto e mazziato. E basta. Ritirò la testa nelle spalle alzandosi il bavero del cappotto, si avviò lentamente verso l’Ariston quando, a tutta velocità, gli sfrecciò accanto una macchina targata Napoli con a bordo quattro giovinastri. Arrivato ad un metro da Apicella l’autista frenò di botto, uscì la testa dal finestrino e gli urlò in faccia: “Apicè, sì n’ommemmè, tu e il Cavaliero tuo!”. Poi l’auto partì sgommando tra gli sghignazzi e le pernacchie degli occupanti. Apicella ci rimase ‘o veramente male assai: prima diventò rosso peperone, poi verde bile. Fortunatamente che per strada nessuno aveva visto e sentito.
Allontanandosi frettolosamente, notò una luce blu intermittente che proveniva da tutti i palazzi. In ogni casa c’era una televisione accesa sul Festival: e in quel preciso momento Emanuele Filiberto stava cantando “Italia amore mio”. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Amare, oltre che napuletane. All’improvviso, come attraversato da un fulmine, come in un satori a Sanremo, Mariano decise. Di non andare all’Ariston. Di lasciare perdere i milanesi, gli accordi di settima. Di tornare a casa, a Napoli, da mammà. Magari ci avrebbe riprovato a mettere su il gruppo di metal con i guaglioni amici suoi. Ora si sentiva più leggero: rallentò il passo e senza motivo s’inoltrò per i vicoli. Aveva smesso di piovere: sorrise, sentendo l’aria fresca di quella sera di Febbraio sul volto. “E io mica so’ fesso” si ripetè Mariano Apicella.
(pubblicato su "Sicilia libertaria" n. 293 a. XXXIV - Marzo 2009 )