Al terzino nella grappa (1919-2010)
“Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”. Duecentoquarantotto pagine per sentirsi dire alla fine questa cosa. Certo che di libri ne scrivono, ho pensato: questo poi aveva la copertina tutta bianca.
Qualcuno se l’era scordato nello studio dell’otorino, e non era più tornato a riprenderselo. Per me, poteva anche essersi trasferito in campagna a fare l’eremita, o morire a novant’anni. L’importante che lo avesse lasciato qui: almeno potevo dargli un’occhiata, mentre aspettavo che mi chiamassero per la visita.
Ad ogni modo, se davvero avete voglia di sentire questa storia, se volete sapere cos’è successo e compagnia bella, dovete sapere che tutto è cominciato l’altro giorno, quando mi hanno detto che dovevo scrivere qualcosa su musica e sport. E così mi sono preparato. Ho studiato. Ho ascoltato gli inni delle squadre di calcio. Tutte. Da restarci secco.
Ecco in pratica com’è che mi sono beccato l’otosquamospirosi e sono venuto qua per tutte queste visite mediche e accidenti della malora. Ho la testa piena di alè-oò e le orecchie sono diventate a spirali. Introflesse, come dice l’otorino. E anche verdi e con le squame. La salute però e abbastanza buona. Appena saputo di questa cosa dello sport, mi erano venute un sacco di storie in testa, che a raccontarvele ci vorrebbero due ore e invece qua a disposizione ci sono solo seimila battute spazi compresi. Così mi sono ascoltato gli inni.
Era di mattina, e c’era il sole ed io pensavo di sbrigarmela presto e poi andare al mare. Solo che, come succede in questi casi, non sapevo quello al quale stavo andando incontro. Voglio dire, come fate a sapere quello che succederà, finché non succede? La risposta è che non lo sapete.
Così, arrivati al ventesimo inno, il cielo si è oscurato. Gli uccellini che prima cantavano si sono zittiti. La gatta è scappata da casa. Il risotto si è scotto. Le piante mi hanno tolto il saluto. Lo stereo era diventato rosso per la vergogna. Di questo vorrei parlarvi. Di questa storia schifa.
Dell’inno del Genoa, ad esempio, che sembra scritto da un collettivo femminista: “O donna prepara oooo sulla mia bandiera il nuovo scudetto che il Genoa vincere dovrà”. Tremendo.
Oppure quello del Treviso. Titolo: “Il calcio del sorriso”. Una roba fasulla cantata da un bambino che solo a sentirla ti fa venire subito la voglia di iscriverti al club “Erode” sottocasa e quel che segue.
E l’inno dell’Ascoli: ancora non riuscivo a togliermi dalle orecchie il suo snervante eeee oooo iniziale su una base dance anni ’80.
Quando invece ho ascoltato quello dell’Arezzo, mi è venuta una fitta più forte nelle orecchie. Poi ho capito perchè: l’autore era Pupo. Un testa a testa feroce con l’inno del Parma: solo che quest’ultimo era roba tipo Orchestra Spettacolo Casadei, con un cantante che sembrava scappato da un disco dell’EIAR.
Ma la botta che mi ha steso proprio è arrivata con quello del Campobasso, in stretto dialetto molisano con base tamarro-folk. Testo pazzesco: il Molise tale e quale Disneyworld, la gente che pensa solo al Campobasso e la domenica diventa tutta amica. Elogi verso la dirigenza, elogi verso i giocatori: autori il duo Gino e Gina. Ma non è che ci fossero solo loro, i vecchi Gino e Gina.
L’elenco dei musicisti che avevano inciso un inno ti lasciava proprio senza fiato: Venditti, Luca Carboni, metà dei Pooh, New Trolls, Timoria, Banda Bassotti, Sud Sound System e compagnia bella. Poi c’era l’inno del Milan, parole di quel marpione sfessato di Berlusconi: “Milan Milan sempre con teeeee”. Allo stadio sembra non se lo fili nessuno e la curva ci canti sopra, ma lo suonano lo stesso. Tanto la gente non si accorge mai di nulla.
Le orecchie, alla fine, si sono ribellate: “E a ragione”, dice l’otorino. “Si rilassi”, fa lui mentre mi sta infilando uno sturalavandini nell’orecchio. Allora ho pensato alla musica, che negli stadi c’entra sempre troppo stretta, con casacche che non le stanne bene. Le stesse casacche che deve indossare durante i megaconcerti. Quelli dove ci sono centomila persone che vanno là per sentire quattro tipi suonare, che poi dalla curva sembrano alti cinque centimetri e che senza maxi schermi neanche li vedresti. Centomila persone tutte in fila, ordinate, felici, ubbidienti. Come le bestie al macello.
La musica non c’entra tanto, con queste cose. E neanche gli stadi c’entrano tanto con la musica, ho pensato. Con i campi di concentramento invece sì. Ad esempio come lo stadio di Santiago del Cile, che durante il golpe lo avevano fatto diventare un lager. O come in Cina, dove ci fanno le esecuzioni di masse e le famiglie ci portano i bambini a vedere lo spettacolo.
Poi l’otorino ha finito. “Le orecchie rimarranno verdi e a spirale minimo per altri dieci giorni. Certo che lei ha davvero esagerato. Ma che musica ascolta?” ha detto lavandosi le mani piene di striscioni, fumogeni e bombe carta che aveva tirato fuori dalle mie orecchie. “Ci vediamo tra una settimana. Trecento euro, grazie”. Meglio l’esorcista, ho pensato uscendo dallo studio. Almeno lui ti rilascia la ricevuta fiscale.
Inni di squadre di calcio, avete presente? Roba da girone degli orrori. Vorrei vedere voi. Che ve ne state tranquilli a casa e il vostro pezzo preferito è “4: 33” di John Cage. Quello che è solo silenzio. Vorrei proprio vedervi, a voi. Avete mai ascoltato l’inno del Catanzaro? Ecco, provate a farlo e a uscirne vivi. O perlomeno con le orecchie a posto. Senza squame e compagnia bella, voglio dire. Io articoli così non ne scriverò più.
Piuttosto mi leggo il libro che ho trovato dall’otorino, quello con la copertina bianca. Giuro.
(pubblicato su "l'Arcobaleno" n.6 anno III - febbr. marzo 2010. Numero monografico sullo sport)
Qualcuno se l’era scordato nello studio dell’otorino, e non era più tornato a riprenderselo. Per me, poteva anche essersi trasferito in campagna a fare l’eremita, o morire a novant’anni. L’importante che lo avesse lasciato qui: almeno potevo dargli un’occhiata, mentre aspettavo che mi chiamassero per la visita.
Ad ogni modo, se davvero avete voglia di sentire questa storia, se volete sapere cos’è successo e compagnia bella, dovete sapere che tutto è cominciato l’altro giorno, quando mi hanno detto che dovevo scrivere qualcosa su musica e sport. E così mi sono preparato. Ho studiato. Ho ascoltato gli inni delle squadre di calcio. Tutte. Da restarci secco.
Ecco in pratica com’è che mi sono beccato l’otosquamospirosi e sono venuto qua per tutte queste visite mediche e accidenti della malora. Ho la testa piena di alè-oò e le orecchie sono diventate a spirali. Introflesse, come dice l’otorino. E anche verdi e con le squame. La salute però e abbastanza buona. Appena saputo di questa cosa dello sport, mi erano venute un sacco di storie in testa, che a raccontarvele ci vorrebbero due ore e invece qua a disposizione ci sono solo seimila battute spazi compresi. Così mi sono ascoltato gli inni.
Era di mattina, e c’era il sole ed io pensavo di sbrigarmela presto e poi andare al mare. Solo che, come succede in questi casi, non sapevo quello al quale stavo andando incontro. Voglio dire, come fate a sapere quello che succederà, finché non succede? La risposta è che non lo sapete.
Così, arrivati al ventesimo inno, il cielo si è oscurato. Gli uccellini che prima cantavano si sono zittiti. La gatta è scappata da casa. Il risotto si è scotto. Le piante mi hanno tolto il saluto. Lo stereo era diventato rosso per la vergogna. Di questo vorrei parlarvi. Di questa storia schifa.
Dell’inno del Genoa, ad esempio, che sembra scritto da un collettivo femminista: “O donna prepara oooo sulla mia bandiera il nuovo scudetto che il Genoa vincere dovrà”. Tremendo.
Oppure quello del Treviso. Titolo: “Il calcio del sorriso”. Una roba fasulla cantata da un bambino che solo a sentirla ti fa venire subito la voglia di iscriverti al club “Erode” sottocasa e quel che segue.
E l’inno dell’Ascoli: ancora non riuscivo a togliermi dalle orecchie il suo snervante eeee oooo iniziale su una base dance anni ’80.
Quando invece ho ascoltato quello dell’Arezzo, mi è venuta una fitta più forte nelle orecchie. Poi ho capito perchè: l’autore era Pupo. Un testa a testa feroce con l’inno del Parma: solo che quest’ultimo era roba tipo Orchestra Spettacolo Casadei, con un cantante che sembrava scappato da un disco dell’EIAR.
Ma la botta che mi ha steso proprio è arrivata con quello del Campobasso, in stretto dialetto molisano con base tamarro-folk. Testo pazzesco: il Molise tale e quale Disneyworld, la gente che pensa solo al Campobasso e la domenica diventa tutta amica. Elogi verso la dirigenza, elogi verso i giocatori: autori il duo Gino e Gina. Ma non è che ci fossero solo loro, i vecchi Gino e Gina.
L’elenco dei musicisti che avevano inciso un inno ti lasciava proprio senza fiato: Venditti, Luca Carboni, metà dei Pooh, New Trolls, Timoria, Banda Bassotti, Sud Sound System e compagnia bella. Poi c’era l’inno del Milan, parole di quel marpione sfessato di Berlusconi: “Milan Milan sempre con teeeee”. Allo stadio sembra non se lo fili nessuno e la curva ci canti sopra, ma lo suonano lo stesso. Tanto la gente non si accorge mai di nulla.
Le orecchie, alla fine, si sono ribellate: “E a ragione”, dice l’otorino. “Si rilassi”, fa lui mentre mi sta infilando uno sturalavandini nell’orecchio. Allora ho pensato alla musica, che negli stadi c’entra sempre troppo stretta, con casacche che non le stanne bene. Le stesse casacche che deve indossare durante i megaconcerti. Quelli dove ci sono centomila persone che vanno là per sentire quattro tipi suonare, che poi dalla curva sembrano alti cinque centimetri e che senza maxi schermi neanche li vedresti. Centomila persone tutte in fila, ordinate, felici, ubbidienti. Come le bestie al macello.
La musica non c’entra tanto, con queste cose. E neanche gli stadi c’entrano tanto con la musica, ho pensato. Con i campi di concentramento invece sì. Ad esempio come lo stadio di Santiago del Cile, che durante il golpe lo avevano fatto diventare un lager. O come in Cina, dove ci fanno le esecuzioni di masse e le famiglie ci portano i bambini a vedere lo spettacolo.
Poi l’otorino ha finito. “Le orecchie rimarranno verdi e a spirale minimo per altri dieci giorni. Certo che lei ha davvero esagerato. Ma che musica ascolta?” ha detto lavandosi le mani piene di striscioni, fumogeni e bombe carta che aveva tirato fuori dalle mie orecchie. “Ci vediamo tra una settimana. Trecento euro, grazie”. Meglio l’esorcista, ho pensato uscendo dallo studio. Almeno lui ti rilascia la ricevuta fiscale.
Inni di squadre di calcio, avete presente? Roba da girone degli orrori. Vorrei vedere voi. Che ve ne state tranquilli a casa e il vostro pezzo preferito è “4: 33” di John Cage. Quello che è solo silenzio. Vorrei proprio vedervi, a voi. Avete mai ascoltato l’inno del Catanzaro? Ecco, provate a farlo e a uscirne vivi. O perlomeno con le orecchie a posto. Senza squame e compagnia bella, voglio dire. Io articoli così non ne scriverò più.
Piuttosto mi leggo il libro che ho trovato dall’otorino, quello con la copertina bianca. Giuro.
(pubblicato su "l'Arcobaleno" n.6 anno III - febbr. marzo 2010. Numero monografico sullo sport)