lunedì 24 maggio 2010

Ho una bomba nel cuore


Tante cose si dicono, da qualche tempo a questa parte, su il Pan del Diavolo. E da parte di molti: alcuni lo vorrebbero avvelenato, altri dolce; e con le radici sprofondate nel Delta della Conca d’Oro, tra folk, blue grass e gli anni sessanta italiani. Nei tradizionali riti verbali da giornali specializzati, quando si parla di loro, si citano, poi, nomi da setta iniziatica. Stupidi puntelli ad una sventata prosa che patisce tanfi da diari della terza media scarabocchiati a croce e teschi; Lesterbànghese all' amatriciana e, in alcuni casi, perfino qualche libro di Hunter S. Thompson tenuto svogliatamente in mano. Ben lontano dal naso, si intende. Critici musicali: poi uno dice.
Date queste tristi premesse, è bene sapere che, inoltrandosi per i boschi dell’iper-recensione, si possono incontrano mille suggestioni - o, per meglio dire, strampalate citazioni – che si propongono di indirizzare allo scaffale giusto l'ancòra intonso ascolto di ognuno: tutti sentieri, però, infestati dal solito lupo. Cattivo, di quelli che si mangiano i bambini con uno slogan ben azzeccato e, venduta la merce, sgnàcchete: giù per l'esofago del profitto. Ovvero, come diceva un ubriaco francese finito malamente, la comunicazione è una mazza di ferro in mano all'economia.
Capita la lezione, il Pan del Diavolo sa prendere subito il lupo per la coda, ficcandogli in bocca perline e specchietti: “Sono in due/Percuotono le loro chitarre e la gran cassa /Come menestrelli d’altri tempi/Con in testa il folk e il blue grass”; “Folk, rock n roll e canzone d'autore: questo al servizio del mondo assurdo creato dalle liriche di Alosi”, precisano i nostri in una loro informativa. E poi continuano, sempre ad usum schedari polizieschi e/o redazionali: “Vicende pittoresche e psicotiche che nascono nella testa di Pietro Alessandro Alosi (ideatore del progetto), per essere sputate fuori e messe su nastro con una voce che urla, graffia e che decisamente non lascia scampo”.
Così, siccome in tempi di guerra le barricate sono necessariamente da fare, anche il Pan del Diavolo - con comunicati stampa e quant'altro possa nutrire lo scarso immaginario dei succitati media - dice la sua sul Pan del Diavolo. Cercando, cioè, di far suonare a proprio piacimento l'organetto della vendita promozionale. Disseminando nomi, riferimenti, suggestioni, esche: “Ghigo Agosti, Celentano, Luigi Tenco, Fred Buscaglione”; scrivono i nostri sulle loro schede. Usando parole interessanti e giuste: come la loro musica, d’altra parte. Che non si perde nel labirinto delle mode semestrali del mercato, nelle tendenze, apparenze e flautolenze della musica merce: il moderno condominio mediatico che tanto ci avviluppa nello straparlare dei suoi bottegai e banditori. Le famigerate rubriche dei dischi del mese, tanto per essere precisi.
Appesantito da quanto appena esposto, si materializza quindi sullo stereo “Sono all’osso”, debutto in dodici mosse del Pan del Diavolo, band che già dalla felice scelta del nome si fa largo tra il tappeto di cd che invade, in epoca di sovraproduzione delle merci, le orecchie di ognuno. Eternamente aperte, non possedendo palpebre da chiudere: e per questo continuamente esposte al rischio della stupidità e della retorica. Di questi tempi, come ognuno sa, non solo musicale.
Cosa c’entri tutto questo con due grancasse, la dodici corde di Gianluca Bartolo e la chitarra acustica, la voce e le parole di Pietro Alessandro Alosi, cantante e autore del Pan del Diavolo, è cosa che, volendo percorrere uno dei possibili sentieri intravisti poco fa, si potrebbe volenterosamente spiegare. Correndo il rischio, però, di parlare di musica: occupazione simile al ballare d’architettura, come ebbe saggiamente a dire F. Z., baffuto musicista e filosofo italo americano del secolo scorso.
Ci sottrae a questi pensieri l’attacco del primo brano di questo cd: “Farà cadere lei”. Le casse dello stereo fanno subito l'occhiolino alle orecchie, che ricambiano soddisfatte. La tresca smetterà solo alla fine dell'ultima traccia. Bravi ragazzi, il Pan del Diavolo.
E allora, forse, il modo migliore per parlare di questo strepitoso duo di Palermo che aggiorna l’idea della canzone e se ne frega di far finta, è quello di descrivere una rincorsa. Che è gesto da fare, se si vuole fare il salto, non solo tentarlo. E che è il solo possibile: sprofondare le proprie radici verso il basso per alzarsi più forte e meglio verso l’alto. In questo caso, della musica. Scorticandola cioè con parole nervose e appassionate; riducendola all'osso; e chitarre e grancasse: le loro.
Anche se poi, alla fine, c’è da dire che l’ascolto è un fatto individuale. E che mille cose lo influenzano: proprio mille, e anche di più. E che quindi parlare di un disco è appunto difficile, e a volte disonesto. Nei confronti di tutti: di chi lo suona, di chi lo ascolta, di chi scrive. Che tradotto significa che la spiegazione non è dovuta; e chi vuole se la cerchi.
La sola possibile chiave di lettura di questo progetto, forse, è incastonata come diamante nell'unico bellissimo verso della traccia numero sette. Là dentro, nel suo minuto e venticinque di bellezza incazzata, nelle sue chitarre feroci, nelle sue grancasse che sembrano esplodere, nella voce graffiata dalla rabbia sta forse tutta l'urgenza e l'essenza del Pan del Diavolo: “Io ho una bomba nel cuore che fra poco esplode”.