mercoledì 23 giugno 2010

Scelsi, il postino dei Deva


Ora, si sa come vanno queste cose. Uno non riesce a starsene in casa, ed esce. Per farsi una passeggiata, per un caffè al bar, per incontrare gente; e invece inciampa in tutto: facce, discorsi, vetrine, nuvole, gas di scarico. E quindi l’altro giorno esco, e passo davanti ad una libreria che ha in vetrina un libro con una copertina tutta bianca, con un cerchio sopra una linea, dove c’è scritto: Giacinto Scelsi Sogno 101 Ed. Quodlibet.

Ho capito, ho fatto. Lo sapevo, mi sono detto. Che non devo passare davanti alle librerie. Che per me sono come i forni delle streghe nelle fiabe: quelli con le torte invitanti ma avvelenate. Che tradotto in linguaggio corrente, significa: prezzo di copertina trentotto euro, mentre io in tasca avevo solo una moneta da due per il caffè.

Un libro di Giacinto Scelsi. Uno potrebbe anche dire E chi è? E allora gli si potrebbe rispondere Hai presente Shutter Island, l’ultimo film di Scorsese? E allora l’altro direbbe Non vado al cinema da cinque anni. E allora tu gli diresti Bravo, continua così che poi vedi come ti riduci. Nella colonna sonora di Shutter Island ci sono due brani di Scelsi: per saperle, queste cose, basta il magico mondo d’internet, gli avrei dovuto dire a quello. Solo che non ci ho pensato subito.

Ora, dice, ma a te che te ne frega di Giacinto Scelsi, che eri solo uscito per prenderti un caffè e basta? Il fatto è che dovevo preparare un articolo per il prossimo numero del giornale e già da qualche giorno pensavo a cosa scrivere. Poi mi sono detto che magari Scelsi poteva andare: solo che, a dire il vero, non ne ero tanto sicuro. Va bene che con un articolo sulla musica colta uno fa sempre il suo figurone; ma Scelsi era stato un aristocratico con un forte interesse per il misticismo orientale e l’esoterismo. Uno che a domanda rispondeva: “Sono nato nel 2637 a.C. – fate i calcoli e sapete quanti anni ho – in Mesopotamia”. E, tanto per non farsi mancare niente, il nostro invece che compositore si autodefiniva “postino”. In quanto, diceva, portatore di messaggi dal mondo dei Deva. Il quale è termine sanscrito che come aggettivo indica ciò che è divino o celeste, mentre come sostantivo maschile indica la divinità o un dio. Poi ho pensato che lui gradualmente non si fece più fotografare, come il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, Salinger, Mina o Esquerita: avete presente? Ecco, quelli. Il silenzio. Un simbolo Zen con il cerchio e la linea: Sellsi si rappresentava così'. Lui le fotografie preferiva scattarsele da solo.

...

E appunto per questo motivo, mi sono detto, non sarebbe stato meglio lasciar stare Scelsi e preparare invece qualcosa su, che ne so, i canti carcerari riletti in chiave etno-beat? Solo che se non si va, non si vede, mi sono risposto. E poi l’articolo poteva anche fornire spunti interessanti: il compositore Scelsi, le polemiche musicali del Novecento, il suo interesse per le tecniche compositive dodecafoniche e quelle di Scriabin, i suoi lavori di musica micro tonale. La sua poetica musicale che indaga la microstruttura del suono, sconfinando in territori fino allora insondati, utilizzando tecniche all'epoca non convenzionali. Ecco quello che ci voleva: musica colta, altro che etno-beat carcerario, mi sono detto.

Una storia di sicuro effetto sarebbe potuta essere quella della clinica psichiatrica in Svizzera, e del suo pianoforte. Dal quale, dicono Quelli che sanno tutto, nacque una composizione di Scelsi, Quattro pezzi per una nota sola: “Il compositore uscì dal periodo di crisi con un lavoro molto profondo di analisi introspettiva, sperimentando a lungo il ribattere su un pianoforte – che aveva trovato all’interno della clinica - del suono di una nota sola. Da qui nascono i Quattro pezzi per orchestra da camera composti nel 1959 ed eseguiti in prima assoluta a Parigi nel 1960. Opera-manifesto che inaugura la terza fase creativa di Scelsi: e avvia quel viaggio all’interno del suono che caratterizza tanta parte della sua produzione successiva.” Bravi, verrebbe da dire a Quelli che sanno tutto, bella questa cosa dell’opera-manifesto. Originale proprio. Mai sentita prima.

Senti, mi fa l’Articolo che devo scrivere. Dimmi, faccio io. Lascia stare Quelli che sanno tutto. Guarda che Scelsi, invece, la storia la raccontava diversamente. E tu che ne sai sei mica un messaggero dei Deva, faccio io. E se invece fosse proprio così? fa lui. Allora va bene scusa, faccio io. Così mi piaci, fa lui. Senti cosa scriveva Scelsi: “Ecco come si deve ascoltare un suono. Ho fatto questa esperienza da solo, senza conoscere la storia, quando ero in clinica, malato. Nelle cliniche ci sono sempre dei piccoli pianoforti nascosti, che quasi nessuno suona. Un giorno mi misi a suonare: do, do, re, re, re… Mentre suonavo qualcuno disse: ‘Quello è più pazzo di noi!’. Ribattendo a lungo una nota essa diventa grande, così grande che si sente sempre più armonia ed essa vi s’ingrandisce all’interno, il suono vi avvolge. (…) Il suono riempie il luogo in cui vi trovate, vi accerchia, potete nuotarci dentro. (…) Oggi la musica è diventata un piacere intellettuale – combinare un suono con un altro ecc. – inutile. Tutto è là dentro, l’intero universo riempie lo spazio, tutti i suoni possibili sono contenuti in esso. La concezione odierna della musica è futile – rapporti fra i suoni, lavoro contrappuntistico: così la musica diventa un gioco”. Giusto dico io, aspetta che me la scrivo. Anzi, sai che faccio? Ci inserisco pure un commento. Che hai copiato da qualche altra parte, fa l’Articolo che devo scrivere. Certo, faccio io, ci mancherebbe. E ti pareva, fa lui. Sentiamo, dice. “Scelsi riuscì a entrare nei suoni e a scoprirne le loro inimmaginabili qualità sonore e cromatiche esplorandone le dimensioni più segrete e profonde: i suoni diventano dei suoni-bolla”. Bene, fa l’Articolo. Solo non credo che al giornale potrà interessare, una cosa così. Hai presente o no che là si richiedono “battaglie culturali”, altro che suoni-bolla. Ho presente, faccio io. Battaglia e cultura, fa lui. Ho presente: Kulturellen Kämpfe, faccio io. Bravo, fa lui.

Senti - dice il libraio che è uscito a prendere una boccata d’aria – leggi qua, invece di perdere tempo con i suoni-bolla, che neanche sai cosa sono. Grazie, faccio io prendendo il libro che mi ha portato. A trovarne di librai così, dico. Prego fa lui, nessun problema: tanto sono solo un personaggio di fantasia. Me lo immaginavo, faccio io. Comunque leggi e poi riportamelo, fa lui. E lascia perdere i suoni-bolla che poi la gente parla male di te. Grazie: a saperlo, faccio io. “Dalla scrittura musicale originalissima e dai contenuti sonori imbevuti di cultura orientale, l'opera compositiva di Giacinto Scelsi si pose nel panorama musicale del XX secolo quale sintesi tra Oriente ed Occidente. La sua concezione musicale ha anticipato di diversi anni alcune correnti nell'ambito della musica colta contemporanea quali la minimal music e la muscia spettrale". Perfetto, faccio io: musica spettrale fa sempre i suo effetto, specialmente sulle pafgine delle battaglie culturali. Lo so, fa il libraio, per questo te l'ho fatto leggere. Ora vado, fa lui. Vai vai, faccio io che qui a chiarire ci penso io.

Che infatti bisogna chiarire subito: lui, Scelsi, “il postino”, come già detto, era uno di quelli che non amava farsi fotografare: “La mia musica non è né questa né quella, non è dodecafonica, non è puntilista, non è minimalista… Cos’è allora? Non si sa”. Firmato O, Come il libro in vetrina. Che, fra parentesi, accanto ce n’era uno di Paolo Nori che appena l’ho letto mi è venuta l’invidia. E si vede, fa l’Articolo che dovrei scrivere, proprio si vede, come no, che si vede. E allora? faccio io. Allora niente, fa lui. Solo speriamo che ti passi presto, la sindrome del Camaleonte, fa l’Articolo. Tranquillo, faccio io, appena torno a casa riprendo Gadda.

Senti, mi fa l’Articolo che devo ancora scrivere. Dimmi, faccio io. Ce la facciamo a finirlo quest’ articolo su Scelsi? fa lui. Ci sto provando, faccio io. Allora inizia con il personaggio, fa lui, che funziona sempre. Va bene, faccio io. Basta che ci sbrighiamo, fa l’Articolo.

Un personaggio, Giacinto Francesco Maria Scelsi Conte di Ayala-Valva (La Spezia 1905 - Roma 1988). Cresciuto in un vecchio castello e educato da un precettore che gli insegnava scacchi, latino e scherma: un bell’inizio per ogni biografia che si rispetti. Solo che Quelli che vorrebbero articoli impegnati, potrebbero subito dire: Figuriamoci! Fantasy aristo-rock della peggiore specie, con pericolose derive mistico-intellettuali. Scelsi, te lo raccomando: dov’era quando Urlavan l’odio la fame e il dolore da mille e mille facce ischeletrite? E sempre Quelli che vorrebbero articoli comprensibili aggiungerebbero che non si capisce perché il sottoscritto non si decida, finalmente, a frequentare qualche bella scuola di scrittura.

A sentire scuola di scrittura mi sono subito dato una grattata e stavo per andare ancora più in profondità nel rovistamento quando, senza motivo, ho pensato: Baricco! Alessandro Baricco! Che se uno dovesse dire Ma come ti passano certe cose per la testa mentre ti gratti? Che c’entra? Tu risponderesti subito Non lo so, niente, però vuoi mettere? E aggiungeresti Tu saresti capace di scrivere un articolo che si chiama “Esiste Scelsi?”? No? Baricco è stato capace. Baricco, hai presente? Quello della scuola Holden per scrittori, diresti riprendendo a grattarti.

Belli, i Quattro pezzi per una nota sola. Che se poi uno, tanto per fare una domanda stupida, dicesse: Scusa, ma perché per una nota sola? Potrebbe rispondere subito lo stesso Scelsi: “Le note, le note, non sono che dei rivestimenti, degli abiti. Ma ciò che c’è dentro è generalmente più interessante, no? Il suono è sferico, è rotondo. Invece lo si ascolta sempre come durata e altezza. Non va bene. Ogni cosa sferica ha un centro: lo si può dimostrare scientificamente. Bisogna arrivare al cuore del suono: solo allora si è musicisti, altrimenti si è solo artigiani. Un artigiano della musica è degno di rispetto, ma non è né un vero musicista né un vero artista”. Poi quello, pentitosi per la domanda stupida, con uno scatto di orgoglio chiederebbe: E il cerchio allora? La sua firma, risponderei guardandolo fisso negli occhi. E giù un silenzio da duello western. Il cerchio, la forma perfetta, direi. Perfezione, intangibilità. Né inizio né fine, né direzione né orientamento, aggiungerei stringendo i pugni. E la linea? direbbe quello. La linea orizzontale ci spinge verso la materia, il corpo, direi sputando per terra. Scelsi si firmava così, concluderei con un tono di sfida. Il tipo allora si allontanerebbe velocemente senza neanche salutare, impaurito dagli incontri che si possono fare di mattina. C’è di tutto in giro, questa è la verità. Per questo uno dovrebbe saper restare a casa, che se vuoi il caffè ti fai una bella sei tazze e sei a posto per tutta la mattinata. Altro che bar e passeggiata.

Che se poi uno, visto che si è proprio intestardito di uscire, gli capitasse di incontrare uno spiritoso quello, per fare lo spiritoso, ti potrebbe anche dire E se questa era la sua firma, allora figuriamoci la sua musica! Che ormai non se ne può più di spiritosi, avrei pensato. E non se ne può più anche di Quelli che se non c’è l’etichetta ben chiara che recita “di stretta osservanza”, dicono che la cosa sì, potrebbe interessare, ma forse prima c’è bisogno di un necessario chiarimento. Figuriamoci uno che si chiama Scelsi. Giacinto, per giunta. Che chi era? Che aveva fatto? Dov’era quando Al fosco fin del secolo presente, già spuntava l’alba minacciosamente? A perdere tempo con gli scacchi, il latino e la scherma? L’aveva scritto lui un Inno della rivolta? No? E allora meglio un bell’articolo sui più recenti interpreti del canto carcerario che, custodendo gelosamente la radice popolare, la rielaborano in chiave etno-pop, avrebbero detto Quelli delle etichette.

Solo che a me l’etno-pop fa venire l’orticaria, mi sono detto allontanandomi dalla vetrina. Per non parlare delle etichette. E quindi Scelsi va bene: altroché, ho pensato mentre andavo verso il caffè. Tu prova ad ascoltare qualcosa di suo. Poi mi dici. Altro che etno-pop-carcerario! Scelsi. Hai presente la Musica? Quella, gli avrei detto.