sabato 9 ottobre 2010

La Sicilia havi na Rosa


Rosa Balistreri, voce antica e cuore giovane della sua terra.

A vent’anni dalla sua morte, a quasi cinquanta dal suo esordio, Rosa Balistreri rimane ancora voce imprescindibile della Sicilia. Come una vena sotterranea di lava che attraversa l’isola intera per poi riaffiorare improvvisa a centinaia di chilometri di distanza dalla sorgente, il suo ricordo, il suo canto attraversano e vivificano la musica popolare di quest’isola. Il suo piccolo corpo di donna è attraversato dalla sua terra che risuona per darle voce: vera, profonda, umanissima; ricca di passione e capace di usare un linguaggio stratificato nei secoli. Rosa è voce antica, scura, fiammeggiante della Sicilia.

Una Sicilia che imprigionava, e imprigiona, come in un mare senza pesci, gli “scarsi” - i poveri, gli innocenti, gli ultimi, gli annegati - la cui sorte, alla fine, sarà sempre la stessa: andare nel fondo. “Facevo delle serate per gli emigranti che tornavano - racconta la Balistreri -. Le piazze si riempivano: ero felice di cantare per loro. Erano canti di protesta, canti di zolfatari, di carcerati, gente sfruttata, umiliata. Ero una come loro”. Rosa la urlerà questa sua storia personale invasa dal dolore e saprà rileggerne le cicatrici e le ferite, anche le più profonde e feroci, come se fossero le piaghe e la storia di un’isola intera, la sua. “La sua voce pareva uscisse dalla terra arsa di Sicilia” dice di lei Ignazio Buttitta.

“Rosa è un dramma, un romanzo, un film senza autore…”

L’incontro con il dolore, nel racconto di questa sua vita, è forte, scarnificante. Come in una tragedia greca, parte della sua famiglia sarà travolta da un onda lunga, oscura, insanguinata. C’è un suo disco del 1967, l’unico dove Rosa Balistreri diventa cantastorie. Nella foto di copertina il cartellone alle sue spalle descrive la storia terribile di “Un matrimonio infelice”: quella di sua sorella Maria, ammazzata dal marito, e del loro padre suicida per il dolore. Vestita di nero, la Balistreri canterà questa ballata per le strade di Firenze. E sarà lei, Rosa –testimone e vittima- la sopravvissuta, quella destinata a raccontare questa tragedia che è anche sua.

“Tu vuoi sapere della mia vita? - dice Rosa in un’intervista del 1973 - Tu devi capire solo questo: da dove viene una donna come me, nata in un piccolo paese affamato, costretta ad andare per le strade a raccattare bucce d’arance per mangiare oppure andare a chiedere la carità non solo per me ma anche e soprattutto per gli altri (…) Il coraggio che ho avuto io, e che ho ancora, e sono felice di avere questo coraggio, anche se soffro, anche se mi costa, e se lo pago amaramente, perché tutta la mia vita è stata pagata amaramente. Ma sono felice così, perché dalla sofferenza si può riuscire a capire tante cose, è meglio che andare a scuola, guarda. Uno la vita la tocca con le mani. (…) Il mio dolore, il dolore della mia terra, lo sfruttamento, la miseria… d’altra parte io vengo da questo, io sono questa, io vengo da tutte quelle piaghe. Io sono una piaga profonda della Sicilia, che poi è anche la mia”. Come ogni eroe, la sua origine è quella sconosciuta di ogni povero: la violenza, il carcere, le tragedie familiari.

Lei è “un dramma, un romanzo, un film senza autore, un personaggio che cammina su un filo di cotone. Un cuore giovane per la Sicilia di Vittorini e Quasimodo, un cuore giovane per la Sicilia di Guttuso e Sciascia” dice Buttitta di Rosa nel 1984.

“Rosa è sempre attuale?”

“Rosa è sempre attuale?” chiede un giornalista alla Balistreri in quella che è forse la sua ultima intervista televisiva. In quel 1990, quando Rosa morì, la musica popolare, il “folk”, dopo che negli anni settanta era diventato genere di moda, quasi non lo si ascoltava più. Nel 1964 Rosa Balistreri è premiata assieme a Giovanna Daffini al festival della canzone popolare di Salerno: sarà il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Seguiranno il teatro con Dario Fo, gli spettacoli televisivi, le tourneé all’estero, recitals nei teatri accanto ad artisti di livello internazionale come Amalia Rodrigues, Odetta, Maria Bethania, Vinicius De Moraes. Ma tutto questo non basterà: alla fine degli anni ottanta la sua persona – quello che rappresentava - e la sua voce – per quello che cantava - erano diventate difficili da ascoltare. Nella domanda del giornalista sull’attualità della Balistreri s’intravedono i prodromi, benché già abbondantemente avanzati, del cambiamento, della mutazione antropologica – come l’avrebbe chiamata Pasolini - di una nazione intera e che, sotto la sferza dei media, aumenterà sempre più negli anni a venire. Irrompevano grida troppo forti, instupidenti, contro le quali diventava sempre più difficile farsi ascoltare. Furono anni, quelli, dove la schiavitù fu saputa spacciare come un nuovo stile di vita. S’intuiscono, in questa domanda, i motivi di una sconfitta che dura tuttora.

“Io non sono una cantante di quelle che ha bisogno della gonna con lo spacco – risponde la Balistreri al giornalista che le ha fatto questa provocatoria domanda -. Io non sono neanche una cantante: io sono una cuntastorie e una cantastorie. Ho imparato dal popolo, ho subito tutto questo amore. Voi capirete Rosa Balistreri quando sarò morta. Ma fin quando sarò viva, mai. Perché protesto, e ho ragione di protestare”. “Provocare” Rosa Balistreri è come strappare la benda da una ferita che sanguina.

L’eredità di Rosa

“La migliore tradizione della canzone popolare siciliana è in lei, nella sua acuta sensibilità cresciuta attraverso una vita fatta di fatiche e d’amarezze, e di sconvolgenti drammi familiari che segnano la sua esistenza. (…) E’ più che naturale allora che il repertorio di Rosa Balistreri sia la proiezione di sentimenti scavati nel dolore e nella rabbia. I canti sono quelli struggenti degli emigranti, quelli vibranti dei contadini e degli zolfatari, quelli angosciosi dei carcerati. E soavi ninne nanne che denunciano miseria e speranze frustrate; e impetuose proteste, e preghiere che suonano come maledizioni, le maledizioni di chi vive ristretto nel cerchio di ingiustizie secolari”. scrive Orazio Barrese sulle note di copertina di un disco della Balistreri. Bisognerebbe ascoltarla, Rosa, quando canta un’antica ninna nanna: “Avò”, una delle sue interpretazioni più belle, delicata come un fiore di gelsomino appena nato. E’ una Balistreri che si conosce poco, quella di questa canzone dove non c’è l’immagina dura e la voce che scolpisce, quella che invece c’è in uno dei suoi lavori più importanti, che significa anche più belli: “Noi siamo all’inferno carcerati”, una raccolta di brani dal carcere che risplende tuttora come una delle sue interpretazioni più potenti e intense. “La rabbia ho cantato, ma anche la dolcezza, le nenie, i canti d’amore” dice di sé la Balistreri.

Nelle sue canzoni, spesso, la Balistreri parla di sé riuscendo a trasformare la sua storia personale in poesia e dando espressione musicale ai propri sentimenti. Come in ogni racconto poetico che grazie alla sua universalità è capace di diventare archetipo collettivo, la sua spettacolarizzazione, il suo abuso, riesce però a trasmutarlo nel suo opposto e complementare: luogo comune e sterile rappresentazione. Rosa Balistreri, così, è anche diventata un sentimento, uno slogan, uno stereotipo, un’etichetta.

Nei vent’anni dalla sua morte in tanti si sono avventurati sulle orme della Balistreri. Films in lavorazione, libri, tributi, concerti, cd, interi repertori. Tanti, forse troppi, si sono avventati su quello che per loro era solo un nome da riciclare, trasformandolo in un marchio e rimanendo così appiccicati come mosche sulla carta moschicida del folklore. A proposito di alcuni cantanti folk, così la Balistreri in un’intervista a Kris Mancuso del 1973: “Il discorso, la vampa che abbiamo dentro è diversa e non si può cambiare, quando si nasce e si cresce in una maniera”. Precisando le differenze, anche con le grandi interpreti con le quali era spesso paragonata, Rosa continua: “Io ci ho pure litigato con Amalia Rodrigues, quando dice che il mondo non possiamo cambiarlo con le canzoni. E che il mondo è destino. Non è vero. Il contadino che muore di fame non è destino, i contadini muoiono di fame perché ‘u patruni si piglia tutte cose lui; e quello non è destino. Te lo puoi fare raccontare che alla Rodrigues le dissi all’ultimo ‘tu figghia mia con tutta la stima che ti ho, per me sai che sei? Né carne né pesce”. Rosa sapeva cantare, e sapeva quello che cantava.

Natura e/o Cultura

E’ natura, la voce della Balistreri, e ogni moderna lettura “culturale” può essere solo un pallido ricordo della potenza originaria. Forse in quest’ equivoco tra “natura” e “cultura” sta la distanza che separa Rosa Balistreri dalla quasi totalità delle sue interpreti. La “natura” della Balistreri non può essere riprodotta dalla “cultura”, dalle sue vocazioni da seduta spiritica, dei suoi specchi deformanti, dal guardare il dito invece della luna.

La sua è una voce di coltello dove la violenza del timbro, l’asprezza, il disprezzo con il quale canta certe parole – nobili, padroni, mafiosi, preti – nel ricordo vivo che contengono diventano terribili; e musica. Cosa che fece Rosa quella notte a Gibellina, quando cantò “Avò”:

“Ho fatto tre tragedie di Carmelo Isgrò, a Ghibellina – racconta Rosa - dove ci sono i morti “arrivucati” (sotterrati) sotto le macerie. Noi a recitare sopra e sotto c’erano i morti. ‘N mezzu i morti, non tra i ruderi. ‘Nmezzu i morti arrivucati dal terremoto. Mentre recitavo mi veniva la pelle d’oca, ‘u friddu mi veniva, ed era agosto. E quando cantavo Amuri, amuri miu, ti vogliu beni (Avò), la cantavo ai morti che avevo sotto i piedi. La cantavo a voce libera, senza chitarra, a gridare la cantavo (…) La gridavo, col petto che mi scoppiava”. “Cosa significa nuotare non lo impareremo mai da un trattato di nuoto. Che cosa significhi nuotare ce lo insegna soltanto il tuffo nel fiume” diceva Martin Heidegger.

E’ una terra da spietrare, la voce e il ricordo di Rosa Balistreri. Una terra forte, dura, da spietrare a mani nude, senza nient’altro addosso che la propria passione; e ogni pietra deve diventare muro che possa conservare e fare fruttificare questa terra scura, amara, profumata. Una terra dove si possano affondare le proprie radici per nutrirsi, fecondarsi, prenderne linfa e vita. E spingerle, le proprie radici, sempre più in fondo per poter slanciarsi verso l’alto, e la musica. Quella musica, in altre parole, più legata alla nozione a volte generica, un po’ nebulosa, di tradizione, folklore, etnica, popolare; in definitiva, all’idea di Sicilia. Idea sintetizzata in alcuni personaggi simbolo che acquistano, a forza di essere esibiti come “rappresentazione” della natura, le caratteristiche degli alberi o dei fiumi abitati dalle ninfe: immagini mitiche, talmente sprofondate nella natura da incarnarla. Per il cuore profondo della Sicilia, Rosa è uno di questi simboli condivisi; la sua voce un segno nel quale riconoscersi; la sua vita una possibilità di ribellione al proprio destino di schiavi.