
Sul linguaggio della cosiddetta critica musicale nell’epoca della sua diffusione di massa.
C’erano una volta, e ci sono ancora, i critici musicali. Tra i tanti, a detta di Guccini, “un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate” oppure “Penna a sfera”, alias Enzo Caffarelli, giornalista di Ciao 2001 contro il quale si accaniva Venditti nell’omonima canzone. L’idea di fondo, sia detto facendo nostro l’alato verso del poeta lambrusco-emiliano, era la diffusa convinzione che i critici sparassero, appunto, solo cazzate. Non solo loro, certo: a volte anche i cantautori e specialmente quando, mollata la penna, passavano impunemente alla chitarra.Arrivati ai giorni nostri, nonostante ormai perfino Venditti vinca i Telegatti e Guccini smerci più libri che dischi, sebbene si sia passati dal ciclostile ad internet, la situazione rimane invariata, se non addirittura peggiorata. Da parte di alcuni si continua, infatti, a contestare ai recensori di dischi l’uso della fatwa eterodiretta; che, detto come mangiamo, significa fare i megafoni per le grandi compagnie discografiche. Altri, invece, seguitano a fregarsene di questi discorsi e pensano soltanto a rigirarsi tra le mani le perline e gli specchietti che le riviste di settore periodicamente impongono alla loro adorazione. Le cosiddette rock-stars, i cosiddetti rock-magazine, i cosiddetti rock-fans: avete presente?
A questo deprimente quadro c’è da aggiungere alcune cose riguardo al linguaggio abitualmente usato nelle suddette riviste musicali. I fans (parola che, bisogna ricordare, è contrazione di “fanatici”), e specialmente quanti tra loro sono posseduti dalla turba dello scrivere, se hanno modo di passare dai teschi e dalle croci scarabocchiate sui diari di terza media a forme di scrittura più elaborate su giornali cartacei e/o telematici sé-dicenti musicali – se si mettono a scrivere recensioni, insomma – è gente capace di fare carne di porco d’ogni grammatica italiana che si rispetti.
Il linguaggio dei loro noiosi parti letterario-musicali è solitamente ispirato ad un immaginario linguistico, visivo, sonoro ben definito, per quanto composto da forme disparate: tutte in qualche modo collocabili in un fatto generazionale. Categoria di mercato, se si vuole essere cinici; un fatto ormonale, proprio come l’acne giovanile, per dirla con i dermatologi.
Prima, però, i fatti che – previa abbondante assunzione di zenzero e altri fitoterapici antivomito - trascriviamo di seguito, omettendo pietosamente i nomi degli autori: “Immaginate il suono garage dei Sonics mischiarsi alle contorsioni allucinate di James Chance e al blues caotico di Beefheart, aggiungeteci le ipotetiche piroette di un Ayler armato non di sax ma di clarinetto, infine collocate tale ibrido in una preistoria violenta e selvaggia in cui le forze della natura incombono minacciose sull’uomo per sconvolgerlo e annientarlo. Un ultimo grido prima dell’apocalisse. “
E ancora: “…insomma, spalancate le vostre finestre estive, osservate la strada in fiamme e pisciate sull'asfalto fumante, poi prendetevi il pisello e scuotetevelo in un cocktail tropicale con Acre Thrills in sottofondo.”
Questi, o fratelli, sono gusci vuoti di lumache – che altro modo di nominarle ci sarebbe, se proprio ci si volesse esercitare nella nobile arte dell’insulto - estratti da articoli che infestano web e edicole; tristi ma necessari esempi che si sottopongono a voi, che vi nutrite solo di classici della letteratura e sconoscete l’orrore del mondo delle webzine. E’ il linguaggio tipo della media dei recensori di dischi, deliri colti fior da fiore senza bisogno di attardarsi eccessivamente tra i bidoni dell’immondizia editoriale; e la cui profonda avversione per le parole che, pur essendo tutte costituite dalle stesse poche lettere dell'alfabeto, “denotano il cielo, il mare, la terra, i fiumi, il sole, le messi, gli alberi e gli esseri viventi” (Lucrezio) è motivo, in chiunque vi si imbatta, di gran pena, fatica, affanno, sudore, pianti.
Asciugata la fronte dalle gocce di sudore e sangue comparse durante la lettura degli appena citati ircocervi letterari, diversi saranno i provvedimenti da mettere in atto per rendere giustizia alle arti del trivio - grammatica, retorica e dialettica - così brutalmente offese.
I più deboli di cuore procederanno quindi alla bollitura dell’articolo in acqua di fogna e alla successiva riduzione in ostie ad uso liturgico; altri, più sanguigni, tireranno fuori la sega elettrica rotante e si cureranno di ridurre il giornale in simpatici quadratini di cm 0,5 di diametro, che saranno successivamente usati come coriandoli in occasione del carnevale. In alternativa, l’articolo si potrà sottoporre al severo tocco del lanciafiamme da trincea: grazie ai benefici della combustione, il tanfo di una sventata prosa che, al momento della lettura, vi aveva afferrato subito alla gola, svanirà immediatamente lasciando come uniche tracce chili e chili di noia densa e appiccicosa.
Bisogna in ogni caso che, alla fine, si dica qualcosa di sensato su quanto, ormai, nella maggior parte dei critici è divenuto tic verbale, codice iniziatico e, nei casi più gravi, disturbo della personalità. L’approccio alla musica è fanatico, autoreferenziale, elitario, pieno di clichè e luoghi comuni, come se l’appartenenza ad una setta dovesse essere dimostrata con la ripetizione a memoria dei suoi codici e delle sue parole d’ordine.
Infantili carbonerie verbali per le quali bisognerebbe fare riferimento a penosi esempi linguistici: le descrizioni delle estasi fatte dalle suore tedesche dell’alto medioevo, ad esempio; la logorrea degli schizofrenici o, se proprio si avesse ancora voglia di ridere, Totò quando detta la lettera a Peppino. Ottovolanti e giostre linguistiche ai quali i nostri straparlando tendono, e intanto che scrivono tengono il foglio ben lontano dal cervello. Distanza che dovrete mantenere anche voi, o fratelli, se vi dovesse capitare di imbattervi in qualcuno di questi orrori scritti con un linguaggio che tutto dice per nulla significare. Fidatevi di chi vi vuole bene: ascoltatevela da voi la musica, che è meglio.