martedì 3 maggio 2011

INTERVISTA CON IL RUMORE



Le avanguardie artistiche del Novecento:Futurismo, Musica Concreta, Black Sabbath












I – Conosce il greco?


AM – Lei conosce il greco?


R Scusi, ma questo che c’entra? A malapena riesco a distinguere la moussaka dalla parmigiana di melanzane


AM - Lasciamo perdere


R – Ecco, sì: lasciamo perdere


***


AM – Aulos o Lira?


R – Veramente preferirei la chitarra elettrica: una bella Fender Stratocaster e quattro Marshall a palla.


AM – Jimi Hendrix?


R – I Motörhead, ad essere più precisi.


***


AM – Apollo o Dioniso?


R – Nine Inch Nails, piuttosto.


AM – Noto che le piacciono I culturisti.


R - Non nel senso di cultura, spero.


AM – Ci mancherebbe altro.


R – Va bene, ripongo la pistola.


***


AM – Parmenide o Pitagora?


R – Con questa sua domanda non vorrà forse introdurre la solita noiosa tirata su “Musica delle sfere”, “Legge dell’Ottava”, ecc.?


AM – Non si preoccupi, era tanto per dire. Ho sempre odiato il Teorema di Pitagora e apprezzato, allo stesso tempo, le fave verdi con il pecorino. Le ha mai assaggiate?


R – Sì, quando abitavo, tanto tempo fa, nei boschi della Grecia.


AM – Magna?


R – Guardi che non fa ridere nessuno, con queste battute stupide.


AM – Cercavo di adeguarmi all’età mentale del telespettatore medio.


R – Lasci perdere la politica.


AM – Io veramente parlavo di diritti umani.


***


AM - Avevo pensato di iniziare questa intervista con una cosa così: “Fuori, intanto, il rombo di una moto si applica con perseveranza a spazzare via ogni residuo di silenzio…”


R – Vedo che lei si ostina con metonimie di bassa lega, che la fanno scivolare da Dioniso a Valentino Rossi.


AM – Sempre di rumore, si tratta.


R – Questo lo dice lei. Per alcuni il rombo della Yamaha di Valentino è musica. Altro che Pitagora e la sua musica delle sfere, buona per sordi e culti apollinei.


AM – Invece io la vedo molto ben inserito in Teogonie, Paidee et similia. E comunque: complimenti per gli stivali borchiate e il giubbotto in pelle da rocker. O è punk?


R – Cambiano i tempi, cambiano le musiche…


AM – Vuole fare un tiro, così si calma?


R - Cos’è?


AM - … cambiano le droghe, come si dice nel film Transpotting.


R – Lasci perdere.



II – Russolo Luigi


AM – Grazie per essere venuto.


R – Non c’è di che. Sono sempre in giro.


AM – Me n’ero accorto.


R – Non faccia lo spiritoso.


AM – Le dice niente il nome di Russolo Luigi?


R – Russolo, chi?


AM – Quello che voleva sezionarlo con le macchine, e chiamava questa macelleria arte. Futurista, per giunta.


R – Vedo che anche lei, come buona parte della critica italiana, è imbevuto di cattolicesimo e di spiritualismo neo-hegeliano; non facendosi mancare allo stesso tempo una certa doverosa dose di gramscismo moderato.


Am – Lasci perdere con le arrampicate sugli specchi, che già ho capito che tipo è lei. Risponda: Russolo Luigi lo conosce o no?


R – Cos’è, un interrogatorio di polizia o un’intervista?


AM – Non le permetto di fare queste battute e di esprimere giudizi gratuiti e offensivi sulle mie qualità giornalistiche.


R – Guardi che io i giudizi li esprimo anche su quelle letterarie, e non ho bisogno di nessun permesso. Tantomeno del suo.


AM – Non alzi la voce.


R – Io grido quanto mi pare. Lei non sa chi sono io.


***


AM – Di solito, quando si parla di lei, si tirano in ballo tuoni, terremoti, eruzioni vulcaniche. E ancora: suono che crea il mondo, che lo distrugge. Manifestazione del sacro e del potere, rumori di guerre e campane che suonano a stormo per avvisare di un incendio…


R – Ha dimenticato qualcosa?


AM - … un presagio, la manifestazione dell’invisibile, un segno degli dei…


R – Basta così, che mi spezza il cuore.


AM – Non le sembra che manchi qualcosa?


R – Cosa?


AM – Le sirene delle fabbriche, gli altiforni, le presse, il rombo degli aerei, il traffico, gli altoparlanti, le televisioni accese…


R – Lei è per caso un luddista? Le ricordo che questo è un settore che ho iniziato a seguire sin dagli inizi del XVIII secolo. L’invenzione delle macchine da cucire risale al 1711. Il rumore industriale, a “linea retta” ha quasi trecento anni. Si dia una regolata, lei e la sua malintesa Età dell’Oro.


AM – Due torti non fanno una ragione.


R – Questa poi me la spiega.


***


AM – Le ripeto la domanda: Russolo Luigi?


R – Un bravo ragazzo.


AM – Un suo garzone?


R – Guardi che fuori c’è gente che potrebbe irritarsi con queste sue battute che non fanno ridere. Quel tipo di gente che celebra gli anniversari, per capirci.


AM – Lasci stare gli anniversari, che se no va a finire che dobbiamo tirare in ballo anche Woodstock, Charlie Manson o il Cantagiro del 1969.


R – Beh, “Rose Rosse” di Massimo Ranieri non era poi tanto male.


AM – Questa poi non me la aspettavo.


***


AM – Ritorniamo a noi, per piacere. Anzi: a lei. Come ci si sente ad essere considerati come qualcosa di pericoloso?


R – Per gli otorini, forse. Ai ragazzi piaccio. E non solo a loro, mi creda.


AM – Alcuni dicono che Rumore uguale Potere.


R – Lei si interessa di gossip?


AM – Rumours, prego.


***


AM – Proviamo a girarci alla larga. Che ne pensa di tutto questo riparlare che si sta facendo di Russolo e della musica futurista?


R – Ho conosciuto un certo Gigi di Portogruaro. Un ragazzo inquieto, instancabile. Faceva il pittore, credo, ma lui diceva di essere un musicista. Credo di averlo incontrato in Spagna, durante un corso di yoga o di occultismo, non ricordo. Mi regalò un suo libro “ Al di là della materia”. Lo scambiai subito con un disco di jazz americano. Era il 1945, credo.


AM – Era lui?


R – Forse, ma non ne sono sicuro. Non amava parlare del suo passato. Aveva un fratello, Antonio si chiamava. Un tipo che mi piaceva poco. Gigi assomigliava a un certo Louis, un italiano che avevo conosciuto a Parigi negli anni venti. Una volta Louis mi mostrò una grossa scatola di legno dipinta con colori sgargianti. C’erano delle manovelle, delle leve, un bottone collegato ad un circuito elettrico e una grossa tromba simile a quella del grammofono. Louis mi disse che all’interno c’erano lastre e fili metallici collegati tra loro da ingranaggi. Poi la mise in funzione.


AM – E cosa successe?


R – Prima, un profumo di rose invase la stanza. Mi sentii il petto attraversato da una luce calda e chiara; caddi in ginocchio e nell’estasi che seguì udii suoni che voi umani…


AM - Ora cosa c’entrano i racconti delle mistiche con Blade Runner?


R – Niente, ma il mio agente letterario sostiene che dovrei calcare un po’ la mano, nelle interviste. Coinvolgere più target, cinefili e integralisti, ad esempio.


AM – Sa che quella scatola era un intonarumori, una macchina predisposta da Russolo insieme al suo complice, il famigerato Ugo Piatti?


R – Sì. Louis me lo disse mentre mi spiegava le famiglie nelle quali aveva suddiviso questi suoi strumenti. La verità è che il suono non mi fece una grande impressione.


AM – Si vede che lei non è un intellettuale: bravo, complimenti.


R – Grazie, anche a nome dei braccianti calabresi e siciliani.


AM – Bene. Ora, visto che si è tolto lo sfizio di citare figure ormai fuori moda, vorrei che ci spiegasse perché non rimase molto impressionato dagli intonarumori di Russolo, considerato che i concerti di musica futurista erano, invece, fortemente contestati.


R – Sì, ricordo quel concerto a Parigi nel 1921, al teatro degli Champs-Elysées. Tzara e i suoi dadaisti, che erano venuti per fare casino al concerto, furono cacciati in malo modo. Gli italiani picchiavano, allora.


AM – Nel 1921 era una sport al quale la nazione intera si era votata. Come ora, d’altra parte.


R – Noto una leggera acredine nelle sue parole, e un non troppo sottile riferimento alle recenti cronache. Politiche e di costume.


AM – Lasci stare, che ho il colon irritato.


R – Capisco. Mi fa fare un tiro, che il riferimento ha sconvolto anche me?


AM – Dopo.



III – Iniziamo dal principio


AM – Buongiorno. Come sta?


R – Mai stato così bene.


Am – Immagino.


R – Non sia così acido.


AM – Iniziamo dal principio. Lei come nasce?


R –Se le dicessi sotto il segno dell’Ariete?


AM – Meglio l'Acquario. Alcuni, parlando di lei, tirano in ballo il famoso rumore sacro. Ha presente?


R - Dimentica tutti quei rumori che socialmente non sono banditi: campane di chiese, cannoni di eserciti.


AM - Vedo che si è preparato. Bravo.


R - Come lei sa, in certi periodi le campane venivano fuse per farne cannoni; e i cannoni per fare campane.


AM – Non stia a sottilizzare.


R - Le sto solo citando fatti.


AM – Lei si occupa di metallurgia?


***


AM - A proposito, secondo lei quanto c’è di vero in quella storia di Caino e della sua discendenza: Iubal il padre di tutti i suonatori, e i fabbri ferrai, e le prostitute?


R – Si riferisce forse all’affermazione che B16 fece il 22/11/1994 durante la messa nella chiesa di S. Carlo a Roma: “Il rock duro deve essere purificato dai suoi messaggi demoniaci”?


***


AM – Non le sembra che recentemente anche lei sia stato confezionato con cura, impacchettato ed esposto negli scaffali dello spettacolo, pronto ad essere venduto?


R – Se si riferisce al rock’n’roll perde il suo tempo. Di ben altro, si tratta: pensi ai segnali acustici che regolamentano il quotidiano. I colpi di clacson, ad esempio. O il suono dei cellulari.


Am – Le disinfettate sirene di Russolo contrapposte a quelle della autoblindo della polizia, mi par di capire. Vedo che lei tenta di fare una distinzione tra avanguardie artistiche del Novecento e loro applicazioni pratiche presso i governati.


R – Forse sarebbe proprio il caso.


***


Am – Torniamo a noi: come si sente ad essere oggetto di leggi che intendono ridurla, se non addirittura eliminarla?


R – Specchietti per allodole: prendono le multe ai giovani che suonano per la strada alle due di notte e nessuno si accorge del rumore incessante del traffico, delle fabbriche, delle sirene…


AM – Un delicato animo ecologista, il suo, a quanto vedo.


R – Ognuno ha i propri vizi.


AM – Il proprio destino, vorrà dire.


***


AM – Visto che offre il fianco, cosa ne pensa del noise?


R – Nel senso che usano i francesi o in quello angloamericano? Perché i primi come noise intendono il cinguettio degli uccelli, oltre che allo sparare dei cannoni. Gli anglofoni mi sembra invece che quando frequentano cantine e sale prove, intendono più che altro l’arte di scannare chitarre e pestare tamburi. La verità è , come diceva un illustre pedagogo, che i giovani d’oggi sanno leggere alla perfezione uno spartito, ma neanche sanno cosa significhi vomitare.


Am – La vedo tragicamente in forma, per quanto riguarda le citazioni; e sufficientemente rancoroso.


R – Stavo per dire la stessa cosa di lei.



IV – Musica concreta, un ossimoro


AM – E cosa mi dice della Musica concreta?


R – Un ossimoro.


AM – Lei pensa di cavarsela con una figura retorica?


R – “Forse nessuna rivoluzione ma, assai più semplicemente, il compiersi di un destino”. Va bene una citazione? Comunque, che si sappia: Schaeffeur, il capostipite, quello che nel 1966 ha scritto il “Trattato degli oggetti musicali”, il manifesto teorico della musica che si vorrebbe, con sventato, più che provocatorio, ossimoro “concreta”, non ha fatto altro che dare corpo a quanto era già nell’aria e che da lì a meno di quarant’anni sarebbe diventato realtà. Ma non per quanto realtà, più interessante o bella dell’utopia che la aveva preceduta.


AM - Noto con un certo piacere il sognante richiamo all’utopia che lei piazza in conclusione della deprimente sequenza di luoghi comuni testè sciorinata.


R - Parli come mangia, prego.


AM – E’ lei che ha iniziato, dicendo “ossimoro”.


***


AM - Provo a tradurre l’ossimoro: Partendo da quel personaggio del “Wilhelm Meister” di Goethe che “aveva la bizzarria di non vedere i cantanti”, lei passa a Paul Valèry che evoca “la distribuzione della realtà sensibile” a domicilio, fantasticando su mezzi di diffusione in grado di “trasportare o ricostruire in ogni luogo il sistema di sensazioni – o più esattamente, il sistema di eccitazioni – provocato in un luogo qualsiasi da un oggetto o un evento qualsiasi”. Non contento, tira in ballo Walter Benjamin che, in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, invoca il passaggio dal “valore cultuale” dell’opera d’arte al “valore espositivo” e, a questo punto, lei inserisce in questo caravanserraglio l’acchiappafarfalle Schaeffeur. Un non musicista anche lui, come Russolo, un ingegnere che riassume tutto “concretamente” in una teoria dove il suono diventa “oggetto sonoro”...


R – Prenda fiato, sta diventando paonazzo.


AM - … estrapolato dall’esecutore, dalla notazione, dallo strumento, dal contesto culturale e riprodotto “puro”, manipolato dalle macchine, includendo tutto l’universo sonoro che ci circonda.


R - Triste il destino della musica, quello di non essere compresa dai musicisti.


AM – “Gli unici in grado di ascoltare l’oggetto sonoro sono i tecnici del suono e non i musicisti” diceva Schaeffeur, uno che si proponeva di “far saltare le scogliere di marmo dell’orchestrazione occidentale”.


R - A proposito di scogliere di marmo, che ne pensa di Junger?


AM -Preferisco Ferecrate , almeno non si corre il rischio di incorrere in qualche scomunica.


R – Come preferisce. In questo suo elenco che sembra una fabbrichetta di citazioni, lei ha però dimenticato di includere i Run DMC, Purple Haze e gli Einstürzende Neubauten. Il suo Bignamino sembra incompleto, come minimo.


AM – Ci stavo appunto arrivando, agli eredi. Invece, riguardo alla sua fessa battuta sul Bignamino, vorrei ricordarle che ognuno espone la propria mercanzia: lei i Bignamini, io Paul Valèry.


R –Un buon poeta non è più utile al suo paese di quanto non lo sia un buon giocatore di bocce.


AM – Questa l’ho già sentita, non ricordo dove…


R – La fabbrichetta si è inceppata?


AM – Non faccia lo spiritoso. E comunque, vorrei anche dirle che leggere un articolo musicale dove viene citato così propriamente Goethe assieme ai Run DMC è cosa utile, e quindi bella.


R – Vedo che la produzione di citazioni è di nuovo in attività.


AM – Dovrà convenire che lo stato del giornalismo cosiddetto musicale è disastroso.


R – Ne convengo. Questa volta tocca a me fare una citazione: il giornalismo musicale è fatto da gente che non sa scrivere, che intervista persone che non sanno parlare, per gente che non sa leggere.


AM -Sono d’accordo con zio Frank Z. Ha presente tutte le schifezze in cui si incappa quando si legge di musica?


R – Ho presente: stereotipi e le solite quattro statuette da adorare. Droga, sesso, rock’n’roll, uno stile gonzo mal riuscito, qualche scopiazzatura da Lester Bangs, una spruzzatina di diario della terza media e, per i più bravi, perfino qualche odorata a Hunter Thompson. Tenendo il libro ben lontano dal naso, beninteso. Aggiungo anche che ultimamente girano anfetamine di scarsa qualità.


AM – Ecco: quindi lasci perdere le battute fesse su quello che scrivo.


R – Guardi che ormai la gente è abituata a Twitter. Centoquaranta caratteri e basta. Lei non ha mai pensato a tutti gli alberi che vengono abbattuti per fornirle il supporto cartaceo di questa sua seccante incontinenza verbale? Da quando poi lei si è dato alla scrittura il nostro debito con i paesi produttori di cellulosa è cresciuto ulteriormente.


AM – Non mi interesso di bilancia dei pagamenti con il commercio estero.


***


AM – Cosa le è piaciuto della musica concreta? Ad esempio, conosce “Variazioni per una porta ed un sospiro”, una composizione di Pierre Henry?


R –Preferisco i Sonic Youth.


AM – Scusi, ma cosa c’entrano i Sonic Youth?


R – Perché, a lei non piacciono?


AM – Guardi che le domande le faccio io.


R – Ma sono io quello che da le risposte, non lo dimentichi.


***


AM – Noto in ogni caso che lei tende a banalizzare. In qualsiasi discorso sulla musica concreta non vedo come si possa fare a meno di ricordare alcune cose. Il brano di Henry che le ho citato è un esempio importante di come l’attenzione percettiva cambi a seconda del contesto in cui ci troviamo ed inviti ad una percezione pura dell’oggetto sonoro. Un po’ come i ready-made di Duchamp.


R – Ho capito: basta metterlo in un museo, un orinatoio, e nessuno si sognerebbe di utilizzarlo, nemmeno in casa di incontinenza.


AM – Diciamo pure che si è cercato di abbattere la differenza tra “suoni ordinari” e “suoni artistici”. Dopo aver reso “puro” un oggetto sonoro, sradicandolo tanto dalla “fonte energetica” con il quale viene spesso confuso (strumento musicale, interprete) e sottraendolo ad ogni legame con il contesto di vita quotidiano in cui si manifesta…


R – Un cigolìo di porta rimane un cigolìo di porta e un orinatoio un orinatio, anche se firmato da Duchamp.


AM – Faccio finta di non aver sentito queste banalità. Stavo dicendo che dopo queste operazioni di sottrazione e decontestualizzazione, secondo Schaeffeur e gli altri, gli oggetti spazio-temporali diventano oggetti artistici.


R – Io, per me, ad una porta che cigola continuo a preferire i Sonic Youth.


AM – La vedo bloccato agli anni ottanta. Non avrebbe un decennio migliore da scegliersi?


R – Bè, gli Einstürzende Neubauten hanno esordito negli anni ottanta, ad esempio.


AM – Anche Susanna Tamaro, se è per questo.


R – Propongo una pausa di riflessione, dopo questa sua ultima citazione.



V – Concrete playlist


AM – Riprendendo la nostra conversazione, pare che lei sia stato tirato in ballo da Schaeffeur anche nel manifesto teorico della “musica concreta”, una delle tante stravaganze dei fiduciosi anni sessanta. Le cito: “(la musica concreta) è costituita da elementi preesistenti, presi in prestito da un qualsiasi materiale sonoro, sia rumore o musica tradizionale”.


R – E’ la solita vecchia storia, la stessa degli orinatoi di Duchamp.


AM – Stavo dicendo che secondo questo manifesto in cui lei viene citato accanto a polke e tarantelle, un “oggetto sonoro” presentato in una situazione artistica, assiso ad “oggetto artistico” è possibile che veicoli un’attenzione estetica completamente diversa da quella della vita quotidiana.


R - Questo l’ha già detto.


AM – Per piacere, potrebbe smetterla con queste stupide interruzioni ?


R - Continui, visto che le piacciono i soliloqui.


AM – Nel caso della musica concreta, il suono che i compositori utilizzano, da un punto di vista antropologico, deve essere puro. Non deve cioè richiamare alla mente sovrastrutture culturali e deve essere puro in relazione alla fonte che lo emette; e questo è possibile solo registrandolo su un nastro magnetico. Dice Schaeffeur che solo con un ascolto indiretto la musica può ancora parlare.


R – Noto con piacere che in questa sua specie di domanda, che non prevede punti interrogativi ,si avverte una certa infarinatura fenomenologica di scuola tedesca, Husserl e la sua nozione di “epochè” in particolare.


AM – Bravo, si sente che ha studiato.


R - Ho sempre avuto una passione per la filosofia fenomenologica di scuola tedesca. Gli Einstürzende Neubauten, ha presente?


AM – E’ già la seconda volta che li cita, a quegli spostati. Solo che ancora non mi ha detto come si è sentito quando è venuto a contatto con la musica concreta.


R – Posso essere sincero?


AM – E’ il minimo, considerato i soldi che ha preteso per questa intervista.


R – Ecco, a dire la verità mi sono sentito “strumentalizzato”.


AM – Questa è buona.


R – Cioè addomesticato in oggetto di attenzione estetica, reso funzionale, saccheggiato per essere affidato a macchine, civilizzato tramite la tecnologia. E poi, me lo lasci dire, i loro dischi sono cagate pazzesche.


AM - Anche “Variazioni per una porta ed un sospiro” di Pierre Henry?


R – Vuole mettere con le campane a morto e il temporale che apre il primo album dei Black Sabbath?


***


AM – Da Pierre Henry a Ozzy. Noto che per lei le barriere tra ambito accademico e popular music sono molto labili.


R – Per quanto mi riguarda, inesistenti.


AM - Immagino.


R – Invece per lei ,che fa tanto lo spiritoso, sembra che le barriere siano insormontabili: ho visto che ha fatto una smorfia appena ho fatto il nome dei Black Sabbath.


AM – Avrei preferito che avesse citato gli Spooky Tooth. Almeno loro, nel 1969, collaborarono con lo stesso Pierre Henry.


R – Ancora con questo Henry. Beh, io continuo a preferire Ozzy quando canta “Children of the Grave”. E poi non ho mai sentito di nessuno dei suoi Spooky Tooth che abbia staccato a morsi la testa ad un pipistrello.


AM – Lasciamo perdere, che è meglio.


***


AM – A proposito di frastuono, lei cosa ne pensa di “Metal Machine Music” di Lou Reed?


R– Una porcheria messa su per guadagnare in fretta.


AM – Io l’ho capita: ai tipi come lei piace la musica per frikkettoni tutti chitarre arpeggiate, fiori nei capelli, pace amore e spinelli. A proposito, vuol fare un tiro?


***


AM - Arrivati a questo punto, la domanda è obbligatoria: Signor Rumore, c’è vita su Marte?


R – Tanta quanta ce n’è sulla Terra.


AM – Me l’aspettavo una risposta così, da uno come lei.