lunedì 16 maggio 2011

Nello Dipasquale non capisce niente di musica


“Ragusa ancora più grande”, l'inno del candidato a sindaco del centrodestra


“Mai è stato impiegato tanto ingegno nel tentativo di renderci bestie; vien voglia di camminare a quattro zampe...”. Voltaire, da una lettera a Rousseau dell'estate 1775.

Questo incipit, dedicato agli illuministi francesi del Settecento, è da intendersi come la necessaria boccata d'ossigeno da prendere prima di calarsi nelle acque fetide della recensione di questo mese. Da fare, appunto, in apnea: per evitare di annegarsi le orecchie e infangarsi i neuroni con “Ragusa ancora più grande” asinissimo inno elettorale del sindaco uscente, e presumibilmente rientrante, di Ragusa. Ovvero Dipasquale Emanuele, per tutti - soprattutto costruttori e appaltatori- più familiarmente detto Nello: un ex ragazzo che della gioventù mantiene quella simpatia ottusa dell'amico di comitiva sempre pronto alla battuta fessa, alla mangiata di ricotta, alla gita fuoriporta.

Il classico tipo dallo sguardo furbo e dall'agire svelto; soltanto un po' in difficoltà quando si tratta di congiuntivi e capacità di elaborazione verbale, in lingua italiana s'intende, del pensiero astratto. Attrezzo poco frequentato, nel suo caso, anche per una passione del “fare”, del “più grande” che lo possiede: vale a dire un'idea di sviluppo che, si è concretizzata, durante il suo mandato da sindaco appena concluso, nell'atto di affidamento di Ragusa alla Madonna, in un centro sociale sgomberato, in buco nel bilancio mai visto, tanto per fare qualche esempio. Ma soprattutto cemento, cemento e ancora cemento sulla città.

Ovvero infinite rotonde spartitraffico foriere d’incidenti stradali; una feroce, ignorante opposizione, trasudante malafede, al progetto del Parco degli Iblei, strumento di tutela ambientale e di riqualificazione economica e sociale del territorio; inutilizzati parcheggi sotterranei che hanno sventrato piazze e quartieri; una interessata politica di cementificazione delle periferie, con annessa speculazione su territori agricoli prontamente trasformati in terreni edificabili, che ha svuotato il centro storico. Le cui case, indovinate un po', sono state prontamente acquistate e murate, in attesa di tempi migliori, dai costruttori con i quali il nostro Nello si dà del tu. Gente di comitiva, che non ci pensa due volte a offrire la cena o qualche bel viaggio in barca agli amici simpatici ma scarsi con i congiuntivi. Per quanto poi riguarda le politiche culturali della suddetta amministrazione e dei suoi assessori da barzelletta, il lutto ancora vivissimo per la ferale dipartita della parola cultura stessa c'impone un addolorato e incazzatissimo silenzio.

Discorsi, questi, che con la musica c'entrano niente, chiaro: e appunto per questo non si capisce perché sia stata tirata in ballo, la musica, per la campagna elettorale di Nello Diparcheggio.

Recensito, in questa sede, assieme al suo inno: “Ragusa ancora più grande”, tre minuti e quaranta secondi di vilipendio alla musica, alla parola, al buon senso, al buon gusto.

Indossato lo scafandro di protezione e accese le seghe rotanti, iniziamo quindi l'ascolto del brano in questione. Carità e giustizia ci accompagneranno.

Gli strumenti messi in campo per questo canterino santino elettorale sono di quelli che lasciano senza parole, e qua invece ce ne vorrebbero tante, e tutte scelte con ponderazione e mano sapiente nella sezione bestemmie da competizione.

Subito chiari, dopo la schitarrata iniziale, i tristi riferimenti musicali della canzonetta in oggetto: il coro dell'Antoniano, Little Tony, Carmelo Zappulla se cantasse con i Gen Rosso. Una voce inizia a gorgheggiare versi che neanche Leni Riefensthal: “Ragusa è ancora più grande, l’aquila fiera spiega le ali, vola più in alto sulla sua gente...”. Il tutto - nella speranza di raggiungere lobotomizzati target giovanili - annegato in una broda di chitarre metal da cartone animato, riff stracotti, assoli autisticamente virtuosi, un ritornello cantato in tutte le salse e uno scadutissimo intermezzo rap che neanche all’asilo sotto casa.

Caratteristica saliente di questa che chiamare canzone è cosa che neanche ci azzardiamo a fare è, perfetto nella sua stupidità, uno squinternato uaoò uaoò che, come una mosca, un agente delle tasse, un testimone di Geova, ci perseguiterà per tutta la durata del brano sbucando - il uaoò uaoò – nei momenti più impensati. Con gli stessi effetti sull'umore che si hanno quando, camminando assorti nel pensiero che sì, solo la Bellezza può salvare il mondo, pestiamo sbadatamente una merda di cane.

Niente diremo, per motivi di profilassi, degli autori di cotanto inno: basterà soltanto ricordare che il paroliere si diletta di commedie dialettali, oltre ad essere frequentemente a busta paga del Comune come coordinatore dell’ufficio marketing; e che compositore e musicanti, oltre ad essere abitualmente foraggiati da preti e sacrestie, sono sconosciuti giovanotti che indossano con fervore la fetida livrea del musicista di corte.

Provvidenzialmente, con un prevedibilissimo stacco che ci lascia senza parole, visto che le bestemmie sono state tutte esaurite - e appena un secondo prima che lo stereo scoppi per disperazione - termina finalmente “Ragusa ancora più grande,” il martirio di questo mese.

Per la gioia di masochisti, maniaci e appassionati d’immondizia digitale, segnaliamo che il brano è anche incluso in un interminabile video pubblicitario dove il Dipasquale, con tecniche attoriali alla Stanislavskij, si cala perfettamente nella parte di spazzino, stradino, baciatore di vecchiette, giocatore di scopa, tagliatore di nastri, sindaco. Un lavoro, questo video, impreziosito da un montaggio stile spot pubblicitario per lassativi, ricco di colte citazioni tratte dalla filmografia di Franco e Ciccio e con sotto un coro di voci ragusano-bulgare che canta, all'infinito e senza vergogna: “Diamogli la nostra fiducia”. A lui, al Nello Diparcheggio: quello che in una città di 70mila abitanti ha costruito alloggi per 150mila; uno che, iniziando a metà anni ottanta come galoppino democristiano, ha continuato ad evitare il sudore della fronte passando dal PPI al CDU fino ad approdare a Forza Italia. Cosca della quale si è nominalmente autosospeso, ma ciò non gli ha impedito di candidarsici dando vita a un raggruppamento di liste elettorali che neanche nella Repubblica delle Banane.

Finito l’ascolto il disco è stato ridotto a più miti consigli immergendolo nella calce viva, quindi messo a macerare in una mistura di encefalo di pecora, saliva di sciacallo e erba bugiardina. L’oggetto, dopo essere stato rinchiuso in un voluminoso bussolotto di piombo foderato all’esterno con carta vetrata, è stato abbondantemente cosparso di potentissimo peperoncino calabrese e fatto assumere per via rettale a tutti gli oltre cinquecento candidati, nessuno escluso, al consiglio comunale di Ragusa. In virtù di questo trattamento, gli stessi, impossibilitati a sedersi su scranni e cadreghe, hanno preferito rinunciare alla buffonata elettorale, rivolgendosi finalmente alla grammatica e al sapone.

In chiusura, come lenitiva citazione finale per questo doloroso articolo, e a meglio cesellare il giudizio sulle prodezze musicali di autori e committenti dell’ inno in questione, ci viene in soccorso, con elegantissima figura retorica, uno scrittore che vorrebbe essere lasciato nell'ombra:

“Ché gli uni e gli altri, con girare la mano nel cembaletto o con pizzicare il budello, son così duri e pigri, che un asino, quando lui suona di maggio, fa meglio suoni che loro, sia davanti che dietro”.

(pubblicato su Sicilia libertaria, maggio 2011)