giovedì 9 giugno 2011

Ovunque in Sicilia


Cesare Basile: il nuovo disco, il tour, l'Arsenale

Per Cesare Basile quella di questa sera è la sedicesima data del suo Ovunque in Sicilia Tour. “Una cosa impensabile fino a qualche tempo fa” dice Cesare mentre sta stendendo un telo nero lungo quattro metri sulla parete di una stanza del Palazzo Montesano, una dimora nobiliare del XVIII secolo sede di cinque musei a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa. Bisogna coprire le lampade di cristallo, gli stucchi, i quadri, le tappezzerie della sala dove stasera ci sarà il concerto: ”Serve un fondale dietro alla band che spezzi” ripete Basile mentre, in piedi su una sedia, prova a sistemare la stoffa usando mezzi del tutto improvvisati. “Reggerà?” si chiede alla fine guardandolo dubbioso.

Il sound check è appena terminato e le chitarre, soddisfatte, sono state riposte nelle custodie. Dall’altra parte, nelle stanze del Museo degli Strumenti Etnico Musicali, si vede da lontano che gli strumenti rinchiusi nelle teche hanno invece una voglia matta che qualcuno li faccia suonare. Bellissimo, questo luogo, per chi lo visita; ma provate a pensare un po’ come deve sentirsi un sitar indiano inutilizzato da anni, rinchiuso in un museo sull’altopiano ibleo.

Cesare, anche grazie a questo tour, ha avuto modo di conoscere più a fondo la Sicilia. E allora, come a ogni viaggiatore che s’incontra lungo la nostra strada, bisogna chiedere di raccontarci il viaggio. Gli incontri, i luoghi, i sogni incontrati lungo le strade di quest’isola. Quali sono i posti da visitare, dove è possibile trovare le eventuali sintesi tra quel che si è visto e quello che si vorrebbe vedere? “Mazara del Vallo innanzitutto: per le sue caratteristiche di luogo includente, dove diverse comunità ed etnie convivono da più di mille anni. Un luogo dove è visibile la possibilità che hanno le culture di mischiarsi. E poi Palermo; ma soprattutto la strada, le tante strade che uniscono un punto all’altro” risponde Basile.

Rifiutando per motivi di “’idiosincrasie generazionali” – fra l’altro profondamente condivisi dallo scrivente– l’etichetta di “cantautore”, Basile, a sentire lui, è soltanto “uno che scrive canzoni”. La sua carriera inizia a metà anni Ottanta con gruppi indie-rock e si muove tra Catania e Milano, passando per Berlino e Roma. Sei dischi in studio a suo nome, collaborazioni con artisti importanti come John Parish, Robert Fischer, Afterhours, Nada. Un’attitudine internazionale che riesce a riversare - specialmente nei suoi ultimi lavori- in brani profondamente intrisi di sapori isolani, popolari, ammantandoli di blues ed elettricità.

Il suo nuovo disco, Sette pietre per tenere il diavolo a bada, è quasi un esorcismo che gli ha permesso di ritornare finalmente a casa, tra suoni e parole forti, emozionanti, saputi pescare anche in quella che è la nostra storia di siciliani: un racconto di Danilo Dolci per Strofe di una guaritrice, oppure La Sicilia havi un patruni di Rosa Balistreri. “E’ un disco nato senza un progetto, dove le cose sono successe: ed è quello che mi piace di più di questo lavoro. Anche la scelta di usare le percussioni, soprattutto tamburi bassi invece che la batteria, è nata all’inizio come risoluzione di un problema. Poi è diventata, con il suo suono di terra, lo sfondo perfetto per le storie che stavo raccontando“, dice Cesare.

La sua versione di La Sicilia havi un patruni, inclusa in quest’ultimo disco, è una delle più belle riletture mai ascoltate di questa canzone di Rosa Balistreri. Moderna, elettrica, innamorata, incazzata e profondamente antica; con le radici ben sprofondate in questa terra e nel suo sentire; e con ali aperte e pronte a spiccare il volo. “Ho scelto questo brano perché negli ultimi anni, secondo me, si è fatto e strafatto tanto su Rosa Balistreri e spesso a sproposito, scegliendo quasi sempre il suo repertorio più innocuo. Io volevo cantare una canzone che non potesse essere fraintesa. Il recupero folkloristico della Balistreri non mi piace; non mi piace tutta questa gente che canta le sue canzoni e la rende inoffensiva. La voce di Rosa, le parole di Buttitta non sono innocue; dire che la Sicilia ha avuto sempre un padrone non è essere innocui”. E i versi di La Sicilia havi un patruni sono inequivocabili sotto questo punto di vista: un testo scritto da Ignazio Buttitta negli anni Settanta che continua ad avere una valenza fortissima anche oggi. “Continuiamo a vivere tutt’ora una realtà di emigrazione – riprende Cesare-. Ovvero le risorse intellettuali e umane di questa terra sono spese altrove e mai per scelta libera, ma sempre per necessità. C’è differenza tra essere emigrante ed essere viaggiatore”.

Cesare Basile, che per inseguire i suoi sogni – la sua vita, in definitiva- come molti altri siciliani ha lasciato la sua terra, queste storie le conosce sulla propria pelle, e non parla certo per sentito dire. “Io non ho lasciato la Sicilia da uomo libero. Avevo sviluppato un rapporto molto brutto con la mia terra, la ritenevo colpevole anche dei miei insuccessi non solo lavorativi ma anche esistenziali. Un paio di anno fa mi sono voluto confrontare con queste cose e sono arrivato alla conclusione che invece era esattamente l’opposto: non è questa terra la ragione delle nostre sconfitte ma spesso le sconfitte di questa terra, e quindi anche le nostre, sono legate al fatto che noi l’abbandoniamo. Anche quando non possiamo fare altrimenti”.

L’Arsenale, Federazione Siciliana delle Arti e della Musica è un progetto in cui Basile, insieme con altri musicisti, pittori, attori, scrittori, videomakers, ci ha messo la faccia e il cuore. Il 29 e 30 aprile si è tenuto al teatro Nuovo Montevergini di Palermo il primo meeting siciliano della Federazione. Due giorni in cui l’Arsenale ha aperto il proprio forziere, mostrando le sue possibilità, i suoi desideri, tutta la sua bellezza. Cesare Basile, durante il suo concerto in occasione del meeting, questa ricchezza l’ha descritta così: “Noi non vi possiamo convincere che quello che stiamo facendo è giusto: però vi posso assicurare che è bello. E che in questa terra è facile divertirsi assumendoci delle responsabilità”. Poi ha ripreso a suonare, e si vedeva che gli sorridevano gli occhi. E non solo a lui. “L’Arsenale è la causa e il frutto di un lavoro fatto negli ultimi due anni su me stesso, sul mio essere siciliano e l’aver passato gran parte della mia vita come un emigrante, perché comunque questo io sono stato. Volevo ribaltare questa cosa, perlomeno nei confronti di me stesso; volevo ritornare in Sicilia e mettermi in discussione come musicista ma soprattutto come individuo. E volevo anche capire se assieme a me c’erano altre persone disposte a reinventarsi un discorso sulla Sicilia: fortunatamente ne ho trovate tante. In questo senso Danilo Dolci è stato illuminante: la soluzione non si trova mai solo in se stessi, ma nell’incontro con gli altri che hanno gli stessi tuoi problemi. L’intuizione dell’Arsenale, che abbiamo avuto in tanti e insieme, è stata questa: che se c’era una possibilità di reinventarsi un modo di fare cultura, e di conseguenza rivendicarla come strumento per l’intervento sociale e del cambiamento, l’unico modo era proprio quello di muoversi insieme. L’Arsenale è nato fondamentale sull’idea di condividere le conoscenze e le esperienze, e organizzarsi sui bisogni e le mancanze”.

Tra poco inizia il concerto: Cesare va a prepararsi. Il salone di Palazzo Montesano è strapieno e il fondale nero alle spalle della band reggerà per tutta la serata, anche lui attento a non perdersi una nota di questo concerto, bello e intenso, di Cesare Basile e della sua band. Alla fine della serata, mentre nell’aria ancora risuonano le note dei musicisti, dalle sale vuote del museo degli strumenti sembra che arrivi un applauso. Diamo una veloce occhiata: i sitar, le balalaike e i bendir sono nelle loro teche, al solito posto; ma, a guardarli bene, è come se stasera avessero un’espressione più contenta.

(Sicilia libertaria n.307 - giugno 2011 - anno XXXV - www.sicilialibertaria.it)