
Rumore, rumore
non mi sento sicura, sicura,
sicura mai
io stasera vorrei
tornare indietro con il tempo.
(CARRÀ Raffaella, "Rumore")
Un estate al mare
Laddove, a causa di giornate estive con temperature superiori ai quaranta gradi e concomitante umidità all'ottanta per cento, ci si trovasse con quello che resta del nostro cervello in ebollizione, è bene sapere che altro ancora, oltre alle calure suddescritte, cospira a rendere il rito della villeggiatura un’esperienza no-limits. Nel nostro sfortunato caso: un rumore continuo, variegato, perennemente rimbambente che si potrebbe sintetizzare nel fessissimo strepito di discoteche, cori d’avvinazzati in preda al morbo del karaoke, l' abbaiare folle e incazzato del cane del vicino ad ogni auto che passa nell'arco di cinquanta metri, la tradizionale motoretta con marmitta fuori ordinanza in perlustrazione perenne e prevalentemente notturna, infiniti ragli di televisioni e quant'altro rende indimenticabile il periodo delle vacanze.
Inutile, quindi, rivolgersi alle tradizionali granite, calippi, ventilatori e sostanze psicotrope in generale o, peggio ancora, sognare crociere tra i ghiacci, gite in alta montagna, prolungati soggiorni nel congelatore di casa o in camere anecoiche. Bisognerà invece tenere presente che l’allontanamento dal rumoroso presente coincide necessariamente con il distacco dal mondo visibile, simbolicamente rappresentato dalla notte, luogo che s’immagina, poeticamente, silenzioso. “L'uomo ha il suo luogo inquieto tra la notte la luce” come scrivono, a beneficio del colto e dell'inclita, Heidegger e Fìnk nel loro “Héraclite”. Questa la poesia: ma la prosa, specialmente nei luoghi di villeggiature estive, è tutt’altra.
Come rimedi a queste sofferte inquietudini, sempre se si volesse continuare a tirare in ballo libri fuori moda, ci si potrebbe affidare, paganamente, alle Muse “oblio dei mali e sollievo degli affanni” (ESIODO, “Teogonia”) e, tra queste, alla diletta e vessatissima Euterpe.
Ecco perchè quest'estate, alla ricerca della musica perfetta l'ascolto privilegiato, l'hit in heavy rotation, la canzone preferita del Vs. aff.mo è stata 4' 33'' di John Cage, un brano che è solo silenzio. Diversi, ed eccentrici, i motivi all’origine di questa scelta estrema: tra questi una cocciuta indisponibilità ai tormentoni estivi di stretta osservanza e uno speranzoso anelare a temperature polari intraviste, seppure simbolicamente nel 273, numero che corrisponde alla durata in secondi del brano stesso e ai gradi dello zero termico assoluto. Culti magici, numerologia e tetraidrocannabinolo hanno fatto il resto, a testimonianza della sempre più labile affidabilità recensoria del Vs. aff.mo.
I benefici che l'ascolto di questa composizione hanno provocato, grazie anche al suo perenne rinnovarsi, sono stati vari e tutti utili. Uno tra i tanti, la consapevolezza di trovarsi immersi, nostro malgrado, in una cloaca puzzolente e velenosa d’immondizia sonora. Dipende dal luogo dell'ascolto, e della sua implicita esecuzione, certo: ma salvo che non si viva in una cella di deprivazione sensoriale o nell'armonica isola d’Utopia, è difficile chiudere le palpebre delle orecchie.
L'ascolto del brano è stato sempre differente, e ricco di continue scoperte: messo sullo stereo all'alba, 4' 33” ha dato vita ad inattesi spettacoli sonori. In particolari isole del Mediterraneo, ad esempio quella dove lo scrivente è uso soggiornare, alle sei del mattino si levano grida annuncianti Aurora che con dita di rosa apre le porte del cielo al carro del Sole: risuona il furgoncino dei cornettigelati briosceggranite con sottofondo (non tanto sotto, in verità) di musica tecno a palla, e intanto si approssima il fruttivendolo ambulante con sterminatissima offerta di verdure, ortaggi, frutta di stagione. Tutte elencate con voce robusta e tonante, modulata con arcaicissimi suoni dialettali e melismi nordafricani, bizantini, sanremesi, urlati che è un piacere: per chi, non si sa. E intanto che il mattino avanza, processioni d’arrotini con facce da tagliagole, finti aggiustacucine, verdurari con ugole al titanio, ennesimi venditori di pesce marcio e via continuando fino al primo pomeriggio. Il tutto, come si diceva, con quotidiano e puntualissimo inizio all'alba meno tre minuti; e misericordiosa fine nel pomeriggio inoltrato.
Al quale segue invariabilmente, come già detto, la rumorosissima sera; e assordanti notti irte di locali alla moda e di tutti quei luoghi dove Musica, fanciulla sventurata, è ridotta ad unzunzunz tecno-siderurgico al quale ognuno di noi, o fratelli, è ingiustamente costretto durante soggiorni più o meno feriali in inferni balneari e/o turistici. Vacanze: poi uno dice.
The sound of silence
Sia detto sotto l'effetto di tranquillanti e muniti di tappi di cera alle orecchie: 4' 33 grazie ai suoi quattro minuti e mezzo di silenzio è capace di amplificare e illuminare un paesaggio sonoro da film horror giapponese. Esperienza d’ascolto consigliatissima ad ognuno: così, giusto per farsi venire un attacco d’orticaria alle trombe d’Eustachio e, contemporaneamente, rendersi conto del rumoroso inferno in cui ci hanno sbattuti.
Perché tutti sono pronti a notare cementificazione e avvelenamenti vari dell’ ambiente; pochi ad incazzarsi per un inquinamento acustico altrettanto feroce che, ormai da secoli, ha irrimediabilmente intossicato il pianeta.
Da diverso tempo a questa parte, nella lotta tra i sette buchi che ci ritroviamo in testa, gli occhi hanno vinto sulle orecchie. Ma per poter vivere la musica richiede altri sensi: udire è toccare a distanza. L'uomo esteriore si rivolge all'occhio, l'uomo interiore all'orecchio, per dirla con Ricky Wagner, una rockstar new-romantic del millennio scorso.
Sostengono alcuni che il silenzio, in quanto elemento della vita e concetto corrispondente ad una realtà, è probabilmente scomparso dall'occidente all'incirca attorno al XIII secolo. Altri datano all'invenzione della macchina per cucire, nel 1711, l'irruzione nella vita quotidiana del rumore industriale, a linea retta, senza decadimento: una novità irreversibile, che avrebbe cambiato l'aspetto acustico del mondo fino allora conosciuto. Il paesaggio lo-fi (un ambiente in cui i segnali sonori sono così numerosi da sovrapporsi, con il risultato di mancanza di chiarezza e presenza d’effetti di mascheramento) apparve con la rivoluzione industriale e fu ulteriormente incrementato dalla successiva rivoluzione elettrica.
C’è poi chi fa risalire questa supremazia della vista all'invenzione della scrittura; altri, più versati nel ducotone e nell’illusionismo, all’introduzione della prospettiva nella pittura. Quale che sia l'origine e il motivo di questo cambiamento percettivo, dal momento in cui le orecchie sono subentrate agli occhi il suono ha perso il suo significato diventando rumore di fondo. Ma la musica non cessa di esistere – convive a fianco, ma sottomessa, all'immagine che tutto ormai significa.
I cambiamenti dovuti a questi passaggi storici potrebbero quindi sintetizzarsi agevolmente nella constatazione che viviamo in un'epoca retinica, dove “lo sguardo prevale su altre forme sensoriali” (McLuhan).
E così, da qualche secolo a questa parte, quello che vediamo è più importante, più vero, di quello che sentiamo. Una delle tante prove sono i 50 Hz costanti degli elettrodomestici, il ronzio che ci accompagna sempre nelle nostre case, e che non ascoltiamo più: pronti, invece, ad appendere un quadro per abbellire una parete o a scegliere con cura la stoffa di un divano. Figuriamoci, quindi, quanto possa essere considerato importante qualsiasi discorso sull'inquinamento acustico e sul degrado del paesaggio sonoro in cui, ahinoi, siamo costretti a sopravvivere.
Il problema, perchè di problema si tratta, è sbrigativamente risolto nei palazzi di giustizia in due svagati modi: il primo fissando i limiti dei decibel consentiti e circoscrivendo grossolanamente il problema ad una questione “quantitativa”; il secondo modo è “qualitativo”, riducendo così il tutto, modernamente e questurinamente, al “disturbo della quiete pubblica”. Un po' come se l’avvelenamento di un fiume o la nube di Fukushima fossero definite sbrigativamente “fastidio della salute pubblica”.
Altri lanciano invece suggestive e simboliche proposte: uno tra i tanti, ad esempio, Yehudi Menhuinm presidente dell'International Music Council dell'UNESCO che propose, nel Congresso del 1975 dell'Associazione, che la Giornata Mondiale della Musica fosse celebrata nel futuro con un minuto di silenzio.
Quelli che parlano bene direbbero che l'uomo ama produrre dei suoni per ricordarsi che non è solo; che nella società occidentale il silenzio ha un valore negativo, è un vuoto. A conferma, come si legge nei gialli d’autori del nord Europa che fioriscono sotto gli ombrelloni estivi, c'è un cadavere: nel nostro caso, quello del silenzio. Come ogni caro estinto che si rispetti, il silenzio è ormai diventato ricordo, citazione, oggetto d'arte; è stato espulso dalle nostre vite e relegato nel regno delle ombre. “Silenzio di morte”, “un silenzio da far paura”, “muto come una tomba” sono alcuni esempi di frasi fatte che testimoniano, come indizi disseminati nella scena del delitto, la visione moderna del silenzio e i motivi del suo assassinio.
Da qua, sia detto senza nessun intento polemico o qualsivoglia istinto omicida, alle motorette smarmittate alle tre di notte o alla musica a palla in qualsiasi locale pubblico ne passa.
L'uomo non ascolta più con attenzione: l'inquinamento da rumore rappresenta oggi un problema mondiale e l'integrità, la libertà dello spazio acustico personale sono ormai diventate solo parole vuote. L'indifferenza, se non la rassegnazione, con la quale sopportiamo ormai da secoli questo nostro paesaggio sonoro deturpato, irriconoscibile, fa il paio con la capacità di coesistere con l'assenza di Bellezza impostaci per decreto divino dall'economia e dai suoi scacciapensieri per imbecilli: il prevalere dello sviluppo sul progresso, la natura intesa come estensione dell'uomo, il vivente ridotto a merce sono fatti che possiamo vedere, toccare quotidianamente nella bruttura che impera nelle nostre case, città, campagne, mari e con i quali conviviamo, illudendoci di non esserne contagiati.
A Parigi, nell'ottobre 1969, l'Assemblea Generale dell'International Music Council dell'UNESCO approvò questa risoluzione: “Denunciamo, all'unanimità, l'intollerabile violazione della libertà individuale e del diritto di ciascuno al silenzio, dovuta all'uso abusivo, in luoghi pubblici e privati, di musica registrata o radiodiffusa”. Parole che, inutile dirlo, caddero in un assordante silenzio.
non mi sento sicura, sicura,
sicura mai
io stasera vorrei
tornare indietro con il tempo.
(CARRÀ Raffaella, "Rumore")
Un estate al mare
Laddove, a causa di giornate estive con temperature superiori ai quaranta gradi e concomitante umidità all'ottanta per cento, ci si trovasse con quello che resta del nostro cervello in ebollizione, è bene sapere che altro ancora, oltre alle calure suddescritte, cospira a rendere il rito della villeggiatura un’esperienza no-limits. Nel nostro sfortunato caso: un rumore continuo, variegato, perennemente rimbambente che si potrebbe sintetizzare nel fessissimo strepito di discoteche, cori d’avvinazzati in preda al morbo del karaoke, l' abbaiare folle e incazzato del cane del vicino ad ogni auto che passa nell'arco di cinquanta metri, la tradizionale motoretta con marmitta fuori ordinanza in perlustrazione perenne e prevalentemente notturna, infiniti ragli di televisioni e quant'altro rende indimenticabile il periodo delle vacanze.
Inutile, quindi, rivolgersi alle tradizionali granite, calippi, ventilatori e sostanze psicotrope in generale o, peggio ancora, sognare crociere tra i ghiacci, gite in alta montagna, prolungati soggiorni nel congelatore di casa o in camere anecoiche. Bisognerà invece tenere presente che l’allontanamento dal rumoroso presente coincide necessariamente con il distacco dal mondo visibile, simbolicamente rappresentato dalla notte, luogo che s’immagina, poeticamente, silenzioso. “L'uomo ha il suo luogo inquieto tra la notte la luce” come scrivono, a beneficio del colto e dell'inclita, Heidegger e Fìnk nel loro “Héraclite”. Questa la poesia: ma la prosa, specialmente nei luoghi di villeggiature estive, è tutt’altra.
Come rimedi a queste sofferte inquietudini, sempre se si volesse continuare a tirare in ballo libri fuori moda, ci si potrebbe affidare, paganamente, alle Muse “oblio dei mali e sollievo degli affanni” (ESIODO, “Teogonia”) e, tra queste, alla diletta e vessatissima Euterpe.
Ecco perchè quest'estate, alla ricerca della musica perfetta l'ascolto privilegiato, l'hit in heavy rotation, la canzone preferita del Vs. aff.mo è stata 4' 33'' di John Cage, un brano che è solo silenzio. Diversi, ed eccentrici, i motivi all’origine di questa scelta estrema: tra questi una cocciuta indisponibilità ai tormentoni estivi di stretta osservanza e uno speranzoso anelare a temperature polari intraviste, seppure simbolicamente nel 273, numero che corrisponde alla durata in secondi del brano stesso e ai gradi dello zero termico assoluto. Culti magici, numerologia e tetraidrocannabinolo hanno fatto il resto, a testimonianza della sempre più labile affidabilità recensoria del Vs. aff.mo.
I benefici che l'ascolto di questa composizione hanno provocato, grazie anche al suo perenne rinnovarsi, sono stati vari e tutti utili. Uno tra i tanti, la consapevolezza di trovarsi immersi, nostro malgrado, in una cloaca puzzolente e velenosa d’immondizia sonora. Dipende dal luogo dell'ascolto, e della sua implicita esecuzione, certo: ma salvo che non si viva in una cella di deprivazione sensoriale o nell'armonica isola d’Utopia, è difficile chiudere le palpebre delle orecchie.
L'ascolto del brano è stato sempre differente, e ricco di continue scoperte: messo sullo stereo all'alba, 4' 33” ha dato vita ad inattesi spettacoli sonori. In particolari isole del Mediterraneo, ad esempio quella dove lo scrivente è uso soggiornare, alle sei del mattino si levano grida annuncianti Aurora che con dita di rosa apre le porte del cielo al carro del Sole: risuona il furgoncino dei cornettigelati briosceggranite con sottofondo (non tanto sotto, in verità) di musica tecno a palla, e intanto si approssima il fruttivendolo ambulante con sterminatissima offerta di verdure, ortaggi, frutta di stagione. Tutte elencate con voce robusta e tonante, modulata con arcaicissimi suoni dialettali e melismi nordafricani, bizantini, sanremesi, urlati che è un piacere: per chi, non si sa. E intanto che il mattino avanza, processioni d’arrotini con facce da tagliagole, finti aggiustacucine, verdurari con ugole al titanio, ennesimi venditori di pesce marcio e via continuando fino al primo pomeriggio. Il tutto, come si diceva, con quotidiano e puntualissimo inizio all'alba meno tre minuti; e misericordiosa fine nel pomeriggio inoltrato.
Al quale segue invariabilmente, come già detto, la rumorosissima sera; e assordanti notti irte di locali alla moda e di tutti quei luoghi dove Musica, fanciulla sventurata, è ridotta ad unzunzunz tecno-siderurgico al quale ognuno di noi, o fratelli, è ingiustamente costretto durante soggiorni più o meno feriali in inferni balneari e/o turistici. Vacanze: poi uno dice.
The sound of silence
Sia detto sotto l'effetto di tranquillanti e muniti di tappi di cera alle orecchie: 4' 33 grazie ai suoi quattro minuti e mezzo di silenzio è capace di amplificare e illuminare un paesaggio sonoro da film horror giapponese. Esperienza d’ascolto consigliatissima ad ognuno: così, giusto per farsi venire un attacco d’orticaria alle trombe d’Eustachio e, contemporaneamente, rendersi conto del rumoroso inferno in cui ci hanno sbattuti.
Perché tutti sono pronti a notare cementificazione e avvelenamenti vari dell’ ambiente; pochi ad incazzarsi per un inquinamento acustico altrettanto feroce che, ormai da secoli, ha irrimediabilmente intossicato il pianeta.
Da diverso tempo a questa parte, nella lotta tra i sette buchi che ci ritroviamo in testa, gli occhi hanno vinto sulle orecchie. Ma per poter vivere la musica richiede altri sensi: udire è toccare a distanza. L'uomo esteriore si rivolge all'occhio, l'uomo interiore all'orecchio, per dirla con Ricky Wagner, una rockstar new-romantic del millennio scorso.
Sostengono alcuni che il silenzio, in quanto elemento della vita e concetto corrispondente ad una realtà, è probabilmente scomparso dall'occidente all'incirca attorno al XIII secolo. Altri datano all'invenzione della macchina per cucire, nel 1711, l'irruzione nella vita quotidiana del rumore industriale, a linea retta, senza decadimento: una novità irreversibile, che avrebbe cambiato l'aspetto acustico del mondo fino allora conosciuto. Il paesaggio lo-fi (un ambiente in cui i segnali sonori sono così numerosi da sovrapporsi, con il risultato di mancanza di chiarezza e presenza d’effetti di mascheramento) apparve con la rivoluzione industriale e fu ulteriormente incrementato dalla successiva rivoluzione elettrica.
C’è poi chi fa risalire questa supremazia della vista all'invenzione della scrittura; altri, più versati nel ducotone e nell’illusionismo, all’introduzione della prospettiva nella pittura. Quale che sia l'origine e il motivo di questo cambiamento percettivo, dal momento in cui le orecchie sono subentrate agli occhi il suono ha perso il suo significato diventando rumore di fondo. Ma la musica non cessa di esistere – convive a fianco, ma sottomessa, all'immagine che tutto ormai significa.
I cambiamenti dovuti a questi passaggi storici potrebbero quindi sintetizzarsi agevolmente nella constatazione che viviamo in un'epoca retinica, dove “lo sguardo prevale su altre forme sensoriali” (McLuhan).
E così, da qualche secolo a questa parte, quello che vediamo è più importante, più vero, di quello che sentiamo. Una delle tante prove sono i 50 Hz costanti degli elettrodomestici, il ronzio che ci accompagna sempre nelle nostre case, e che non ascoltiamo più: pronti, invece, ad appendere un quadro per abbellire una parete o a scegliere con cura la stoffa di un divano. Figuriamoci, quindi, quanto possa essere considerato importante qualsiasi discorso sull'inquinamento acustico e sul degrado del paesaggio sonoro in cui, ahinoi, siamo costretti a sopravvivere.
Il problema, perchè di problema si tratta, è sbrigativamente risolto nei palazzi di giustizia in due svagati modi: il primo fissando i limiti dei decibel consentiti e circoscrivendo grossolanamente il problema ad una questione “quantitativa”; il secondo modo è “qualitativo”, riducendo così il tutto, modernamente e questurinamente, al “disturbo della quiete pubblica”. Un po' come se l’avvelenamento di un fiume o la nube di Fukushima fossero definite sbrigativamente “fastidio della salute pubblica”.
Altri lanciano invece suggestive e simboliche proposte: uno tra i tanti, ad esempio, Yehudi Menhuinm presidente dell'International Music Council dell'UNESCO che propose, nel Congresso del 1975 dell'Associazione, che la Giornata Mondiale della Musica fosse celebrata nel futuro con un minuto di silenzio.
Quelli che parlano bene direbbero che l'uomo ama produrre dei suoni per ricordarsi che non è solo; che nella società occidentale il silenzio ha un valore negativo, è un vuoto. A conferma, come si legge nei gialli d’autori del nord Europa che fioriscono sotto gli ombrelloni estivi, c'è un cadavere: nel nostro caso, quello del silenzio. Come ogni caro estinto che si rispetti, il silenzio è ormai diventato ricordo, citazione, oggetto d'arte; è stato espulso dalle nostre vite e relegato nel regno delle ombre. “Silenzio di morte”, “un silenzio da far paura”, “muto come una tomba” sono alcuni esempi di frasi fatte che testimoniano, come indizi disseminati nella scena del delitto, la visione moderna del silenzio e i motivi del suo assassinio.
Da qua, sia detto senza nessun intento polemico o qualsivoglia istinto omicida, alle motorette smarmittate alle tre di notte o alla musica a palla in qualsiasi locale pubblico ne passa.
L'uomo non ascolta più con attenzione: l'inquinamento da rumore rappresenta oggi un problema mondiale e l'integrità, la libertà dello spazio acustico personale sono ormai diventate solo parole vuote. L'indifferenza, se non la rassegnazione, con la quale sopportiamo ormai da secoli questo nostro paesaggio sonoro deturpato, irriconoscibile, fa il paio con la capacità di coesistere con l'assenza di Bellezza impostaci per decreto divino dall'economia e dai suoi scacciapensieri per imbecilli: il prevalere dello sviluppo sul progresso, la natura intesa come estensione dell'uomo, il vivente ridotto a merce sono fatti che possiamo vedere, toccare quotidianamente nella bruttura che impera nelle nostre case, città, campagne, mari e con i quali conviviamo, illudendoci di non esserne contagiati.
A Parigi, nell'ottobre 1969, l'Assemblea Generale dell'International Music Council dell'UNESCO approvò questa risoluzione: “Denunciamo, all'unanimità, l'intollerabile violazione della libertà individuale e del diritto di ciascuno al silenzio, dovuta all'uso abusivo, in luoghi pubblici e privati, di musica registrata o radiodiffusa”. Parole che, inutile dirlo, caddero in un assordante silenzio.