
Lo Xöömej, il canto di gola tuvano, scala le charts intergalattiche.
Come riportano le più autorevoli testate dell’oltrespazio, i giovani alieni ci sballano per la musica mongola. Una passione che ha preso piede molti anni siderali addietro, durante il tardo romanticismo, quando i trend galattici segnavano infatuazioni per territorio, patria, esotismi e altre manìe per adolescenti illusi. Tardo romanticismo terrestre: una delle solite temperie culturali che attraversano periodicamente il pianeta Terra, quella cosa azzurra che gira dentro una galassia a spirale barrata tra le oltre cinquanta del Gruppo Locale, proprio a destra del buco nero numero otto.
Note, suoni, ritmi che come baccelloni spaziali la radiazione cosmica di fondo temporale ha trasportato in giro per lo spazio profondo, raggiungendo altre galassie ancora più lontane e sostituendo definitivamente, nel cuore e nelle charts di buona parte dei giovani alieni, l’ormai vetusto flenocore+ con lo strepitoso xöömej.
C’è, prima d’ogni cosa, da precisare che questa musica bellissima, più che mongola sarebbe meglio definirla come musica di Tuva, dal nome di una minuscola repubblica terrestre situata tra boschi, montagne, laghi e ricoperta quasi integralmente da un ghiaccio vecchio di duemila anni solari: il permafrost, una sostanza che, com’è noto, per le sue proprietà psicotrope va a ruba tra gli spacciatori dell’extra-mondo.
Un’interessante descrizione di questo paese si trova in un giornale di viaggio pervenutoci dal passato tramite una contrazione temporale del buco nero di Kerr. Il testo, risalente all’anno mille della cronologia terrestre, è scritto con linguaggio oscuro da un anonimo esploratore crono-spaziale originario della Nebulosa di Mariagiovanna: “Tuva è una provincia che dura dieci giornate; ed è un deserto bruno interrotto da una venatura blu di gran fiume contornata di foresta. Truovasi al centro esatto de l’Asia, nel loco più lontano dal mare tra tutti nel mondo. La gente sono chiamati Tatari o Soioti e sono selvatica gente e nomade e pazza per le corse de cavalli, che ne hanno buoni e assai. Egli vivono di latte, cereali, bestie e l’più di montone. E’ sono idoli e adorano le sorgenti sacre, le montagne, i fiumi, il fuoco. Offrono cibo agli spirti e legano attorno ai massi e agli alberi sacri i càlama, come chiamano certi lor nastri di preghiera a colore cilestre, giallo o bianco. Egli hanno gli occhi a mandorla, e suno bruni e tarchiati, hanno trecce nere e le loro femine camminano leggere su tacchi altissimi. ‘E sanno molto d’arti de diavoli e incantesimi. Hanno i loro magi e incantatori di diavoli che chiamano shamansi. Per guarire e profetare e muovere le nuvole a pioggia eglino cantano con voce che sembra moltitudine, suonano loro strumenti e l’più tamburi, ballano e quando ànno ballato, questi magi cadono in terra co la schiuma a la bocca e favellano con la voce di spirto. E’ sono al Grande Kane.”
Anche gli esperti d’esoterismo quantistico siderale confermano che Tuva è luogo di sciamani, se solo si sapesse veramente cosa significhi questa parola. Si sa soltanto che questa particolare categoria di ingegneri cibernetici si serve del linguaggio segreto degli uccelli, del viaggio estatico, del tamburo e, appunto, dello xöömej.
Poi bisogna ricordare che, a parte il critico musicale di Sicilia libertaria, la musica tuvana piace solo ad una ristretta cerchia degli abitanti del pianeta Terra; e questo sia detto a conferma del disastroso stato in cui versano le orecchie dei terrestri.
Occorre innanzi tutto provare a descrivere questa musica: usare cioè la bocca al posto delle orecchie. Un po’ come usare le orecchie al posto degli occhi, come dicono gli anziani della Nube di Magellano quando, stregati dalla fosforescenza dei loro tramonti, si fermano per ascoltare gli armonici che risuonano nel cielo al sorgere delle bellissime sedici lune maculate di Sirio.
Le canzoni di questo popolo nomade, oltre a raccontare la natura e la loro vita quotidiana, sono spesso ispirate ai suoni delle steppe; i testi sono a volte incentrate sui cavalli, rendendo così la musica tuvana simile, come argomenti, a quella del western e dei cowboys. Gli studiosi dell’oltrespazio non hanno ancora chiarito cosa siano cavalli, western e cowboys. Alcuni sostengono trattarsi di divinità del rozzo pantheon terrestre: un caravanserraglio che per balordaggine non ha niente da invidiare a quello venerato dai tamarri di Alpha Centauri.
I terrestri, a riprova della confusione linguistica che li caratterizza, chiamano lo xöömej anche canto di gola, armonico, difonico, e parlano di diplofonie e triplofonie. Non contenti di questa confusione che riescono a creare quando si tratta di usare le parole e non la telepatia (come, invece, avviene saggiamente tra gli esempi di specie più evolute presenti nell’universo: lucertole, pietre o le sinto-melanzane di Tau Ceti) i selvaggi terricoli aggiungono che questo canto ha caratteristiche tutte particolari: il cantante, sfruttando le risonanze che si creano nel tratto tra le corde vocali e la bocca, fa risaltare gli armonici presenti nella voce. Una tecnica difficilissima, tradizionalmente riservata ai maschi in quanto si riteneva che lo sforzo dell’emissione provocasse l’aborto alle donne.
Il risultato è una serie di suoni che, nati nel profondo della gola, nell’uscirne si moltiplicano diventando a volte anche tre modulazioni differenti per inflessione e timbrica. Come dicono i terrestri: “Se avvertite un flauto tra una vocalità grave e vibrata non pensate ad uno strumento accompagnatore: è lo xöömej”.
Sempre gli umani affermano che Il termine xöömej è usato sia in senso generico, sia per indicare uno stile specifico in cui i toni bassi e sibilanti prodotti dalla gola di una sola persona si armonizzano gli uni con gli altri. Nello stile kargyraa è come se si cantasse emettendo un’eruttazione prolungata; il sygt è simile al suono emesso dal bordo di un bicchiere in vetro sul quale si fa scorrere un dito bagnato. Come gli abitanti del pianeta Terra abbiano potuto raggiungere questo vertice espressivo solo con la voce, considerato lo scarso amore per la Bellezza che li caratterizza, è un mistero tuttora inspiegabile.
Aggiungono, i terricoli, che il canto di gola è accompagnato da strumenti tipici: l’arpa ebraica; l’igil, uno strumento tradizionale a due corde che si suona con l’archetto; il doshpuluur, simile ad un banjo a tre corde; oppure strumenti bicordi caratteristici del Tibet, Cina o Mongolia. Il potente centro d’irradiazione di quest’universo sonoro è costituito principalmente dalle percussioni peculiari della musica sciamanica. Il tamburo, come sanno perfino quelli che frequentano le tamarrissime discoteche di Alpha Centauri, detta i tempi del viaggio dello sciamano e scandisce i passaggi tra mondi.
La maggioranza degli studiosi dello spazio profondo sostiene che quest’utilizzo della voce, sebbene con differenti tecniche e stili, sia presente in molte culture del pianeta Terra. Infatti, benché tipica di tradizioni come quella tibetana e mongolo-tuvana, questa tecnica è riscontrabile anche in Sudafrica tra la tribù Xosa, in Rajastan e nelle popolazioni Inuit: tutti popoli ormai scomparsi, sommersi da quella che i terrestri, accecati e folli, chiamarono globalizzazione. Un mostro evocato dagli stregoni della Scuola economica di Chicago che, servendosi di parole magiche come libero mercato, sviluppo, delocalizzazione, neoliberismo, privatizzazione, distrusse qualsiasi forma di vita intelligente sul pianeta Terra: tra le sue prime vittime, le cosiddette culture locali. Tra queste, quella tuvana.
Alcune leggende terrestri, sopravvissute al gran disastro della globalizzazione e raccolte dagli antropologi della costellazione d’Andromeda, narrano che i tuvani cominciarono a cantare utilizzando la tecnica xöömej al fine di stabilire un contatto con le entità spirituali che pervadono tutte le cose. Di fatto, nelle credenze di Tuva il suono è la via preferenziale che hanno gli spiriti della natura per rivelarsi e comunicare con gli altri esseri.
E’ forse per questo motivo che il canto di gola ha conseguito un grandissimo successo tra i giovani alieni, continuando a risuonare tra le galassie dell’oltrespazio ora che la Terra, divorata dal morbo globale e attraversata da nervature elettriche – falsi simulacri di libertà digitalizzata che tengono prigionieri con sbarre invisibili gli umani - è diventata piatta, insalubre e tetra come una galera. L’unica sostanza che sopravvive, e che anzi alimenta quel pianeta che una volta fu bellissimo, è qualcosa di tuttora sconosciuto nell’oltrespazio: la stupidità.
Di cosa realmente sia composto questo dannoso e pericoloso elemento nessuno, tranne i primitivi e pericolosissimi terrestri, lo sa. Neanche i tamarri di Alpha Centauri.
(Sicilia libertaria n.312 - dicembre 2011 - anno XXXV - www.sicilialibertaria.it)